Stati Uniti d’America


La valutazione delle aziende vinicole – aggiornamento 2017

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I record raggiunti a fine anno dalle borse mondiali (non da quella italiana, chiariamo subito) si ribattono favorevolmente anche sulle valutazioni delle aziende vinicole. Come ogni anno facciamo il punto su quanto valgono e come si sono mosse le valutazioni dei principali titoli quotati del settore. Ebbene, conclusione più evidente è che rispetto a un anno fa di questi tempi le grandi aziende vinicole valgono il 10-15% in più se guardiamo i tre principali indicatori che prendiamo in considerazione (prezzo/utili, e valore d’impresa su EBITDA e utile operativo). Nel caso delle aziende della Champagne come vedrete le variazioni sono ancora più importanti, ma qui entra in gioco il fatto che gli utili di questi operatori sono calati mentre le valutazioni sono cresciute insieme al valore del loro magazzino… insomma dire che la valutazione è salita di oltre il 30% sarebbe un po’ fuorviante per chi legge… comunque, il quadro è positivo: le grandi aziende vinicole mondiali (tre) trattano a circa 22 volte gli utili attesi 2018, quelle piccole che comprendono anche le nostre Masi e Italian Wine Brand sono a 16 volte. Se guardiamo invece al valore di impresa su EBITDA siamo rispettivamente a 14 e 9 volte circa. Passiamo all’analisi dei dati.

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Constellation Brands – risultati primi 9 mesi 2017

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Per quanto ancora una volta Constellation Brands abbia rivisto leggermente al rialzo la sua stima di utile per azione 2017/18, questi risultati trimestrali non sono stati per nulla convincenti. Diversi aspetti ci portano a questa conclusione: 1) le vendite di vino e i margini dell’attività sono per la prima volta andati rispettivamente in negativo (-2.5%) e in calo. Anche la crescita dei brand ritenuti “chiave” (core) è stata molto bassa (+2.6%). I margini del vino per la prima volta scendono, nonostante il positivo effetto mix della vendite delle attività canadesi. 2) Nel segmento della birra si indebolisce l’effetto volumi (+6%), e le vendite crescono soprattutto grazie ai prezzi. In questo quadro, come potete vedere dai grafici il circolo virtuoso dell’azienda fatto di crescita e miglioramento dei margini si è decisamente interrotto. Gli invesititori hanno punito l’azione in borsa con un calo del 3%, da un livello peraltro di massimo storico di 225 dollari per azione. Il prossimo trimestre è meno significativo. Intanto, la stima di utili a fine anno cresce ancora un pochino grazie a utili che derivano da altre attività minori. Passiamo all’analisi dei dati.

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I consumi di vino totali e pro-capite 2016 – aggiornamento OIV

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I consumi mondiali di vino sono visti da OIV in costante e moderata crescita. Come abbiamo già sottolineato numerose volte, tali dati sono talvolta di difficile lettura per la loro volatilità, dato che OIV usa ogni tanto la formula del consumo apparente (cioè definisce consumo la differenza tra import e export più la produzione locale) che è un metodo intelligente ma che lavora bene su lunghi periodi (e non per valutare un periodo nello specifico). A ogni buon conto, i consumi di vino nel 2016 sono stimati a 241 milioni di ettolitri, 1 milione in più del 2015 (+0.4%) ma meno di quanto si ritiene fossero i consumi 5 o 10 anni fa, globalmente. Va detto che la riduzione strutturale della produzione ha rimesso il mercato in equilibrio, sempre considerando i circa 30 milioni di ettolitri di prodotto che sono trasformati in altri spiriti industrialmente. Va anche notato che la produzione 2017 (a 247 milioni di ettolitri) sarà probabilmente deficitaria, sempre considerando questi 30 milioni. I mercati in crescita li conoscete bene: Stati Uniti prima di tutto, Cina, Canada, Sud Africa, Giappone e Paesi Nordici. Andiamo a vedere qualche dato in dettaglio e le tabelle, dove ho anche incluso un valore stimato dei consumi pro-capite che qualcuno ogni tanto cerca.

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Il commercio mondiale di vini sfusi – aggiornamento 2016

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Gli scambi mondiali di vini sfusi sono da ormai qualche anno fermi al palo, ossia nell’intorno di 41 milioni di ettolitri e circa 2.9 miliardi euro di valore. Questa stabilità si innesta all’interno di un trend crescente degli scambi mondiali che ha come protagonisti positivi soprattutto gli spumanti, ma anche in certa misura i prodotti in bottiglia. Conseguenza dello spostamento del consumo di vino sempre più sulla qualità? Probabilmente si, anche se non sono soltanto queste le ragioni. Per esempio, siccome europei, cileni e australiani sono in principali esportatori netti di vino e americani e inglesi i principali importatori, i cambi sono certamente una determinante. Con un euro forte e un dollaro debole, per esempio, è più conveniente imballare i prodotti nei mercati finali, e viceversa succede quando il dollaro si rafforza. Quindi, il 2015 e il 2016 sono due anni di dollaro forte (1.11 contro 1.33 del 2013 e 2014) e questo probabilmente ha ridotto la convenienza della scelta di esportare vini sfusi da imballare nei mercati finali. E l’attuale indebolimento del dollaro, ove continuasse, andrebbe in questa direzione. Comunque, fatta questa premessa, il mercato è sempre dominato dagli spagnoli, che hanno il 17% del mercato a valore e ben il 31% dei volumi. Anche se il 2016 non è stato un anno buono (quanto è invece stato per i nostri vini sfusi), la distanza che ci separa è notevole. L’unico esportatore che mostra una crescita strutturale sembra invece essere la Nuova Zelanda (+18% annuo negli ultimi 5 anni), tra l’altro con un prezzo medio di esportazione largamente superiore a quello di tutte le altre nazioni. Passiamo ad analizzare qualche dettaglio.

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Constellation Brands – risultati primo semestre 2017

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Constellation Brands non sbaglia un colpo. Ancora una volta ha pubblicato risultati fantastici (il secondo trimestre 2017/18), alzato le indicazioni sugli utili di fine anno del 4% (dopo averle alzate del 2% nel primo trimestre) e si porta a casa un altro rialzo delle azioni, che oggi trattano il 37% sopra il loro valore a inizio anno e portano a una capitalizzazione borsistica colossale, di 41 miliardi di dollari (quintuplicata in 5 anni, a fronte di un incremento degli utili di 4 volte). Il trimestre, e non serve dirlo, è stato ancora una volta caratterizzato da una crescita eccezionale del segmento birra (nel quale è stata anche annunciata un’acquisizione). Invece il segmento vino, oltre a subire l’impatto negativo della vendita dell’attività canadese, ha avuto un trimestre di consegne piuttosto basse, nell’ambito invece di un trend di vendite al dettaglio molto buono (+5%). Tutto dentro, le vendite crescono del 3% (+8% senza considerare le acquisizioni), l’utile operativo balza del 17% (-10% per il vino) e l’utile netto balza del 39% (500 milioni di dollari in tre mesi…), anche grazie a un tasso fiscale particolarmente favorevole. Da cui, come dicevamo in apertura, l’incremento delle indicazioni di utili per fine anno. Passiamo ai dati.

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