Anche nel primo semestre 2018 Laurent Perrier si dimostra il punto di riferimento delle piccole case di Champagne quotate in borsa in termini di performance economico finanziaria. La focalizzazione su un marchio unico, lo sforzo di elevare la gamma prodotto verso l’alto, la migliore diversificazione geografica hanno tutte contribuito a ottenere eccellenti risultati finanziari nel primo semestre 2018: vendite cresciute del 5% (essenzialmente grazie al mix di prodotto e nonostante il calo nel Regno Unito), utili in crescita del 20% a livello operativo e del 30% a livello di utile netto, raddoppio degli investimenti e incremento leggero del debito totalmente legato alla dinamica del magazzino (che vale quasi il doppio del magazzino, segno di una forza finanziaria superiore ai concorrenti). Ovviamente come per tutti i produttori di Champagne, la stagione invernale è chiave, anche se nel caso di LP i dati sono più bilanciati, in quanto stiamo commentando il semestre aprile-settembre. E non dobbiamo dimenticarci che le nubi di Brexit restano all’orizzonte… ma per ora passiamo ai dati.
SSW ha registrato nel 2017/18 un deciso balzo in avanti del fatturato (e in parte degli utili), anche grazie all’acquisizione in Germania di Weinkontor, che ha aggiunto circa 20 milioni di vendite al perimetro del gruppo, da qualche anno leggermente sotto i 300 milioni di euro. La lettura del bilancio ci introduce alle seguenti conclusioni sull’evoluzione dei mercati di SSW: 1) il mercato tedesco dei vini spumanti non cresce e per un leader come SSW l’unica via di crescita sono le acquisizioni e l’innovazione di prodotto, in nuove fasce di prodotto e clientela; 2) i mercati dell’Est Europa stanno diventando sempre più interessante. Se vedete dove vengono fatti i profitti, vi accorgerete che è da quell’area che vengono i margini del gruppo. La Polonia sembra essere un mercato sempre più promettente. 3) come altri produttori di vino senza vigne, SSW subirà un impatto importante dal rincaro delle materie prime nell’esercizio 2018-19. I numeri del 2017/18 sono comunque stati incoraggianti. Le vendite sono cresciute del 10% a 324 milioni di euro, l’utile operativo ha registrato un incremento dell’8% a 24 milioni di euro, mentre l’utile netto è rimasto stabile a 10.5 milioni. L’andamento borsistico ha visto l’azione di SSW toccare il suo massimo storico a inizio 2018 a 22 euro per azione, mentre l’andamento meno positivo dell’attività nella seconda parte dell’anno solare (con un problema a un impianto che ha ridotto la capacità a cavallo del periodo natalizio, critico per il gruppo) ha determinato un calo a circa 17 euro per azione. Da inizio anno le azioni sono dunque calate del 20% circa, e il valore di mercato dell’azienda è oggi di circa 132 milioni di euro, il che significa un rapporto prezzo/utili di circa 13 volte e un rapporto valore d’impresa su utile operativo di circa 9 volte. Passiamo a una breve analisi dei dati.
Nel contesto di consegne di Champagne in leggero calo nel semestre (-1%) già brevemente commentate nel post su Lanson, Vranken ha subito un calo del fatturato del 7% nel semestre a livello consolidato. Il “di cui” Champagne è sceso del 4% circa, mentre le vendite dei vin de sable calano soprattutto per la decisione di ridurre le forniture a basso margine. A differenza di Lanson vista due giorni fa, i conti però si presentano in modo decisamente diverso. Le azioni di taglio di costi e investimenti in efficienza stanno dando il loro contributo. Il margine è in crescita sia nella divisione Champagne che in quella dei Vin de Sable. Partendo da una situazione ancora più indebitata dei diretti concorrenti, il debito mette a segno un calo di 10 milioni, cui corrisponde un incremento del magazzino di 15 milioni di euro. Sebbene la strada sia lunga e il primo semestre sia poco significativo, il progresso di Vranken Pommery è molto ben visibile dalla tabella allegata. E secondo gli amministratori, il futuro è promettente: la vendemmia 2018 è stata eccezionale e questo fornisce un supporto all’azienda nel 2020/2021. Passiamo ai dati.
Marzo, maggio e dunque settembre sono i 3 mesi del 2018 in
cui le esportazioni di vino non sono cresciute. Eppure le premesse per un buon
mese c’erano, visto che anche lo scorso anno questo mese fu poco propizio.
Invece, i nostri vini fermi in bottiglia hanno continuato a traccheggiare (-3.6%)
nel mese, mentre i vini spumanti sono cresciuti “solo” del 5%, a fronte di un Prosecco
sempre in grande spolvero ma anche di una continua debolezza dei nostri altri
spumanti DOP (escluso Asti). Ma di questo parleremo tra un paio di giorni. I
prossimi 3 mesi sono tutt’altro che facili, come mostra anche il grafico con le
variazioni percentuali dell’export a valore: ottobre 2017 +8.4%, novembre 2017
+7.4%, solo Dicembre +1.4% sarebbe facile ma conta poco in valore assoluto.
Vedremo che cosa succede, ma bisogna necessariamente mettersi in testa che la
crescita del nostro export di vino non può più fare riferimento a un unico
prodotto (Prosecco). I primi segnali li stiamo vedendo: quest’anno
probabilmente la crescita comincerà per 3 (%) e non per 4 (%). Passiamo ai
numeri.
Intanto partiamo con i numeri: con i 506 milioni
di settembre, le esportazioni toccano quota 4.4 miliardi nei 9 mesi e 6.15
miliardi in ragione d’anno. La crescita scende al 3.7% sui 9 mesi ma resta al
4.3% se consideriamo gli ultimi 12 mesi, che però incamerano il forte contributo
dell’ultimo trimestre 2017.
I volumi sono in calo dell’11% anche a
settembre, quindi sui 9 mesi siamo a 14.3 milioni di ettolitri, mentre sui 12
mesi ultimi ormai abbiamo toccato quota 20.0 milioni di ettolitri e
presumibilmente scendiamo sotto questa soglia di qui a fine anno.
Tra i principali mercati spicca la debolezza in settembre
del mercato americano, +0.8%, e del mercato svizzero, -4%. Sono questi i due
principali motori di crescita tra i 5 grandi mercati per i nostro vino.
Paradossalmente settembre è un mese “al contrario”, visto che le esportazioni
nel Regno Unito sono cresciute dell’8% mentre si potrebbe immaginare il
contrario. Gli altri grandi mercati che hanno portato al dato negativo sono certamente
la Svezia, il Giappone e la Danimarca (negli ultimi due l’export cala anche sui
9 mesi).
A proposito, la Cina. Le esportazioni di vino in
bottiglia sono cresciute del 5% a settembre e sono a +6% sui 9 mesi dell’anno. Il
quarto trimestre del 2017 fu un boom. Vedremo cosa succede!
Che sia un mese strano lo si nota anche
indagando come mai gli USA sono stati deboli: colpa degli spumanti, calati del
12% all’interno di un trend che metterebbe a quel numero un segno più invece
che un segno meno. In tutti i casi gli spumanti sono rimasti positivi per circa
il 5%, grazie alla crescita vicina al 10% del Prosecco, mentre gli spumanti DOP
continuano a mostrare debolezza. Ma di questo parleremo dopodomani.
Vi lascio alle tabelle.
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Il Deutsche Wein Institute ha pubblicato il rapporto 2017 sulla produzione e consumo di vino e bevande alcoliche in Germania, che dunque aggiorniamo. Le tendenze che si evincono nel rapporto non sono tanto positive se lette nel loro complesso: 1) una stabilità del consumo di vino a volume, che è in sé una buona notizia, visto l’andamento particolarmente negativo della birra e del mercato nel suo complesso (-2.5%); 2) al contrario un leggero calo del mercato delle bevande alcoliche nel suo complesso, sulla scia di quanto già visto negli scorsi anni, all’interno della quale purtroppo la “quota di mercato” del vino scende (e dunque cala in modo anche visibile circa -5%) a valore, a vantaggio delle bevande alcoliche. La birra, che viene consumata meno, ha trovato invece una stabilità nel valore grazie al contributo delle bevande a base di birra. 3) all’interno del mercato del vino, uno spostamento dai vini rossi ai vini bianchi. I vini rosè sembrano invece aver perso l’abbrivio degli scorsi anni. Passiamo all’analisi dei dati.
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