Dati controllati e ricontrollati, facendo il controllo incrociato con le esportazioni e con i dati pubblicati dal Corriere Vinicolo. Ci sono leggere differenze qua e là ma la sostanza del discorso non cambia: le importazioni di vino in Cina hanno ripreso a correre nel 2015, sia che le calcolate in Euro, come facciamo in queste tabelle, che le lasciate in dollari. Il totale 2015 fa 1.83 miliardi di euro, +62%, oppure 2.04 miliardi di dollari, +36%. L’Italia porta a casa 91 miloni di euro, il 16% in più del 2014 che però è in leggero calo (-3%) se letto in dollari americani. Decisamente un cattivo risultato, considerato che gli spagnoli sono cresciuti del 40% e tutti quelli che vengono prima, francesi, cileni e australiani, sono cresciuti anche di più. Una ulteriore stranezza di questi dati è il calo delle importazioni cinesi di spumante, sceso del 10% a 55 milioni di euro; entrambi i numeri ci dicono di quanto sia irrilevante questa categoria per il mercato cinese, il che aiuta anche a spiegare come il vino italiano (spinto soprattutto dalle esportazioni di spumante) faccia fatica… Andiamo a leggere qualche numero insieme.
I dati aggiornati di OIV sulla produzione di vino 2015 non hanno portato sostanziali novità. Diciamo che la parola d’ordine sembra “stabilizzazione”. Stabilizzazione della superficie vitata mondiale, che sembra aver toccato il punto di minimo nel 2011-2012 a poco meno di 7.5 milioni di ettari vitati e ora veleggia a 7,534,000 ettari; stabilizzazione della produzione di vino che tra alti e bassi locali negli ultimi due anni è stata di 270 milioni di ettolitri circa, cinque più, cinque meno. Stabilizzazione anche dei consumi, che mai si sono ripresi dalla botta della crisi 2009, e stanno sempre intorno ai 240 milioni di ettolitri annui (magari ci facciamo un post più avanti quest’anno). Tornando all’argomento del giorno, la produzione 2015, l’ultima stima da 274.4 milioni di ettolitri, 6 in più del 2014, ma uno in meno rispetto a quello che era uscito a ottobre dell’anno scorso. L’Italia continua ad essere in cima alla lista, con 49.5 milioni di ettolitri (vi ricordo che ISTAT ha fornito una indicazione di 48.2 milioni di ettolitri per la produzione di vino, incluso mosti). Questa piccola discordanza mi serve per ricordarvi che i dati OIV che trovate in questo post differiscono in modo SOSTANZIALE con quelli che commentiamo dalle fonti dirette nazionali di produzione e che finchè non troverò il tempo (ma soprattutto il modo) di fare una “fonte Inumeridelvino”, continueremo a tenere i dati OIV sulla produzione mondiale “così come sono” anche se per alcune annate sembrano effettivamente fuori luogo. Passiamo a commentare i dati.
Nonostante il rafforzamento del dollaro del 20% nel 2015, le esportazioni americane di vino sono leggermente cresciute, passando da 1.47 a 1.54 miliardi di dollari, +5% rispetto al 2014. Questa premessa appare particolarmente doverosa perchè se dovessimo analizzare i numeri in euro (cosa che facciamo tipicamente quando parliamo di importazioni, dato che ci interessa la posizione dell’Italia), gli USA sono passati da 1.1 a 1.4 miliardi di euro, quindi con un incremento del 26%, cioè il +5% di prima e il +20% dal cambio. Le cose sono dunque andate particolarmente bene, talchè gli USA si candidano a superare l’Australia al quarto posto della classifica mondiale dell’export di vino. UK, Cina e Germania sono stati i mercati chiave che hanno supportato la crescita, compensando il calo del 7% nel primo mercato degli americani, il Canada, che resta pur sempre il principale. Andiamo a leggere qualche numero insieme.
Come commentava qualche settimana il settimanale “il Corriere Vinicolo”, le esportazioni italiane potevano fare meglio. Il confronto con i grandi paesi produttori che proponiamo oggi lo mette chiaramente in luce, mostrando un andamento inferiore a quello della Francia, ma soprattutto un deterioramento nella seconda parte dell’anno, quando l’impatto del cambio ha raggiunto il suo massimo e le esportazioni italiane invece di accelerare hanno rallentato il passo. Tutto ciò è emerso nonostante il secondo semestre sia quello degli spumanti, il vero traino dell’export. Prima di addentrarci nei numeri, vi segnalo che i dati di questo aggiornamento sono migliorati rispetto ai precedenti grazie al contributo di UN Comtrade, che mi ha permesso di mettere a posto qualche serie un po’ zoppicante. Tornando ai dati, l’Italia resta saldamente al secondo posto “mondiale” nel commercio di vino, sia per quanto riguarda il valore (seconda alla Francia) che per quanto riguarda il volume (seconda alla Spagna). Nel grafico sopra noterete come se parametrati all’export di primi 11 paesi esportatori (ne ho aggiunti un paio…), siamo passati dal 22.1% al 21.6% dopo diversi anni di crescita quasi costante. Passiamo ai dati.
Constellation Brands chiude il 2015 (febbraio 2016) con un utile per azione di 5.43 dollari mantenendo la promessa più volte rivista al rialzo. L’azienda è in continua evoluzione. Come vedrete dai dati, il debito è cresciuto di 1 miliardo di dollari perchè è stata portata a termine l’acquisizione della birra Ballast, mentre in occasione di questi risultati una nuova acquizione nel segmento vino viene annunciata (costo: circa 300 milioni di dollari per una serie di cinque marchi di di lusso americani – The Prisoner il più famoso). Infine, giusto per mantenere gli investitori svegli, il management ha annunciato la possibile quotazione in borsa del business del vino canadese del gruppo, in seguito all’ottima performance. Bisogna però pensare che dopo questa dispendiosa campagna acquisti e visti gli investimenti che devono venire (quasi 2 miliardi di dollari nel 2016-17 per aumentare la capacità produttiva nel segmento birra), il debito di ormai 8 miliardi di dollari (contro un EBITDA di 2 miliardi, quindi 4 volte) abbia bisogno di essere tenuto sotto controllo. E, guarda un po’, l’attività con cui decidono di fare cassa è il vino canadese.
Tornando ai numeri, le attese di utili per il 2016 (febbraio 2017) sono fissate a 6.05-6.35 dollari per azione, un altro +15% che certamente ha fatto piacere agli investitori. Per quest’anno il segmento vino è atteso crescere “mid-single digits” quindi circa 5% e l’utile operativo sempre del vino “mid-to-high single digits”, quindi a occhio 5-8% direi, con dentro sia Meiomi che Prisoneer. Aggiungendo che l’attesa di incremento dell’utile operativo è 14/17%, significa che la parte birra (con dentro Ballast) dovrebbe crescere del 22%. E quel punto rappresenterà il 62% degli utili del gruppo.
Nella giornata in cui i risultati sono stati annunciati (6 aprile) le azioni sono salite del 6%, toccando il nuovo massimo storico di 160 dollari (corrispondenti a 32 miliardi di dollari). Ma cosa è successo nell’ultima parte dell’anno? Le grandi notizie sono le acquisizioni, mentre dal punto di vista dei risultati l’andamento del fatturato nel segmento vino è andato bene, con consegne in crescita del 6%, di cui il 2% grazie alle acquisizioni, mentre l’andamento delle vendite finali al dettaglio nel mercato americano dei prodotti di Cbrands sono state un po’ sottotono (0.2%), così come era successo nel terzo trimestre. Presto o tardi, questo rallentamento si vedrà anche nel fatturato aziendale, che peraltro beneficerà della nuova acquisizione.
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