Analisi di bilancio


Italian Wine Brands – risultati 2020

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Fonte: bilancio aziendale

L’eccellente andamento del primo semestre 2020 si è confermato anche nella seconda parte dell’anno, conducendo a un esercizio eccezionalmente positivo per Italian Wine Brands: le vendite sono cresciute del 30% (+28% nel secondo semestre) e l’utile netto è cresciuto del 70% a 204 milioni (+62% nel secondo semestre). Risultati tanto positivi sono stati generati in parte grazie all’acquisizione di Raphael Dal Bo (come definito da IWB: uno dei principali produttori di organic sparkling wines con sourcing del prodotto in Italia e distribuzione a marchio proprio sul territorio elvetico e belga), che ha contato circa un terzo del progresso. Tale acquisizione, che è costata in tutto circa 10 milioni di euro (al netto del reinvestimento dell’azionista venditore in IWB) è stata assorbita senza traumi dalla struttura finanziaria di IWB che ha chiuso con una posizione netta praticamente neutrale e in linea con lo scorso anno, anche includendo l’ultima tranche del prezzo dell’acquisizione. La crescita organica è stata comunque rilevante, +13%, supportata da una netta accelerazione del canale B2C che ha decisamente invertito il trend discendente degli anni passati, grazie alla maggiore propensione degli acquisiti a distanza, in cui IWB è un player di primo piano essendo attivo non solo nel digitale ma anche nel teleselling e nella vendita a distanza tradizionale. Le prospettive dell’azienda sono definite buone dagli amministratori, in quanto il contesto del 2020 si sta confermando anche nel 2021. In conseguenza di risultati tanto buoni, le azioni in borsa hanno toccato nuovi massimi a oltre 29 euro per azione, che implicano un valore di mercato di 216 milioni, con un incremento del 142% (erano a 12 euro un anno fa alla fine di marzo). Passiamo ad analizzare i dati.

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Masi – risultati 2020

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Fonte: bilanci e comunicati stampa aziendali

Masi chiude il 2020 in sostanziale pareggio, grazie a un secondo semestre meno peggio di quello che ci si poteva immaginare. Stiamo comunque parlando di un anno orribile, con un calo del 21% del fatturato, l’utile operativo e l’utile netto poco sopra il pareggio raggiunti soltanto grazie a un contributo fiscale straordinario che praticamente è pari all’utile. Il taglio degli investimenti di quasi la metà rispetto agli anni precedenti e il rilascio di capitale circolante hanno invece consentito una riduzione del debito da 8.7 a 6.4 milioni di euro (che beneficia anche della decisione di non pagare i dividendi), il che pone Masi in una situazione particolarmente tranquilla vista la dotazione fondiaria e il magazzino di vini pregiati in maturazione. Seppur in un anno così difficile, l’azienda ha intrapreso diverse nuove iniziative, tra cui il cambio di distributore in Germania e negli Stati Uniti (due dei mercati inspiegabilmente deboli per la società), quest’ultimo accordo con Santa Margherita. Ulteriori iniziative sono poi state prese nel canale ecommerce. Masi non fornisce una previsione per l’anno 2021. Passiamo ai numeri.

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Andrew Peller – risultati 2019 (marzo 2020)

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Fonte: bilancio aziendale (http://www.andrewpeller.com/financials.php)

Torniamo oggi su Andrew Peller, l’azienda vinicola canadese quotata in borsa, per discutere il bilancio 2019 (marzo 2020) e quello che sta succedendo nel 2020. Su entrambi i fronti ci sono soprattutto buone notizie: nel bilancio 2019 a fronte di vendite stabili (nonostante l’impatto delle acquisizioni) i margini migliorano, come da obiettivi aziendali che abbiamo discusso nel post precedente, per arrivare a un utile operativo di 63 milioni (di dollari canadesi) e un margine del 16.5% contro 58 milioni e 15.3% del 2018. Va detto che questi miglioramenti non si trasformano in maggiore utile netto principalmente per una serie di questioni contabili. Per quanto riguarda invece il 2020, i dati dei primi sei mesi (marzo-settembre) sono molto incoraggianti: l’esposizione commerciale bilanciata tra Horeca e off-premise ha consentito di mantenere le vendite (202 milioni contro 198 dei primi sei mesi dell’anno scorso) e nonostante un calo del margine industriale (dovuto al mix delle vendite meno profittevole) il forte taglio delle spese di marketing ha addirittura spinto l’utile operativo da 36 a 45 milioni di dollari canadesi. Una performance decisamente superiore alle attese, che ha portato il titolo a recuperare completamente la perdita di valore registrata durante i mesi del COVID. A fine dicembre 2020, l’azienda aveva un valore di borsa di 476 milioni di dollari canadesi, quindi circa 300 milioni di euro. Passiamo a un breve commento dei dati.

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Treasury Wine Estates – risultati primo semestre 2020/21

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Fonte: bilanci aziendali, dati in dollari australiani

Son tempi duri per TWE a causa del combinato disposto di un problema generale che ben conosciamo e di uno particolare del vino australiano, che è quello dei dazi applicati dai cinesi al prodotto da qualche mese a questa parte. Quando guardiamo il primo semestre 2020/21 (loro chiudono il bilancio a giugno) abbiamo ancora un quadro imcompleto di come sarà la situazione. Le vendite sono calate dell’8% a livello consolidato e l’utile operativo del 21% con l’Asia che rappresenta sicuramente un freno ma che comunque è pur sempre l’area con i margini in termini relativi e assoluti più importante. Nel secondo semestre (Gennaio-giugno 2021) i manager di TWE hanno già scritto chiaro e tondo che non ci si aspetta alcun contributo dall’area asiatica, nonostante il riversamento delle risorse di marketing su altre zone e il posizionamento super-lusso di TWE nell’area (vende a 250 dollari australiani per cassa, il triplo della media totale di 82). Quindi, riassumendo: se mettiamo insieme i due semestri e cerchiamo di fare un anno “solare” 2020 per TWE avremmo un fatturato di 2.5 miliardi di dollari australiani, -12%, con 32 milioni di casse, -7% e un utile operativo di 500 milioni, -33%. Se invece guardiamo a come potrebbe essere il secondo semestre, beh, non saranno lontani dai 100-150 milioni di utile operativo rispetto ai 184 dell’anno scorso che pure si era dimezzato. Quindi tempi durissimi per loro. Il titolo in borsa ha già pagato caro: viaggia ora sugli 11 dollari contro i 18 circa prima della pandemia e i circa 13 che aveva recuperato prima della funesta notizia dei dazi cinesi. Passiamo a qualche numero.

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LVMH divisione vino – risultati 2020

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L’andamento di LVMH nel 2020 è stato largamente superiore alle attese degli investitori, soprattutto nella parte dell’attività concentrata sui beni di lusso dove opera con diversi marchi, ma per semplificare citerei Louis Vuitton e Christian Dior. Nell’ultimo trimeste, giusto per esemplificare, le vendite della divisione “fashion & leather” sono addirittura cresciute del 18%, quando nel medesimo periodo altri marchi famosi come Salvatore Ferragamo o Tod’s hanno subito cali largamente superiori al 10%. Questa introduzione è utile per trasmettere il concetto della “leader” e di cosa succede un anno come il 2020: quando le cose vanno male i consumatori si concentrano sui marchi “da avere” e quindi la borsa LV (di plastica, peraltro) che è un po’ il simbolo del bene di lusso è andata molto meglio di tutto il resto, di cui in tempi bui si può anche fare a meno. LVMH ha una posizione simile anche nel segmento vino e spiriti. Nel 2020 le vendite sono calate soltanto del 15% (-10% nel secondo semestre). Non è stupefacente come la pelletteria ma credo che la maggior parte dei produttori di vino di alto livello, principalmente esposti alla ristorazione, non abbiano fatto questi numeri. L’andamento 2020 è stato supportato dal mercato americano, addirittura cresciuto, che in parte ha compensato la debolezza dell’Asia, e dal segmento dei vini fermi, dove i volumi sono addirittura cresciuti (a dire il vero dopo un 2019 non proprio eccitante), quando invece nello Champagne il calo è stato del 19% (-12% secondo semestre). I margini calano di 1 punto ma sono al 30% (grazie al Cognac…), gli investimenti continuano. Se il peggio è passato, per LVMH ci si ricorderà di un anno un po’ meno buono degli altri… passiamo ai numeri…

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