2016


Corea – importazioni di vino – aggiornamento 2016

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Oggi è un giovedì buono per coprire qualche buco del blog. Dopo aver saltato un anno, ci occupiamo della Corea del Sud, un mercato non grande per il vino (stiamo parlando di meno di 400mila ettolitri) ma molto interessante per il livello dei prodotti importati. Nel 2016 infatti i coreani hanno bevuto vino che costa in entrata nel paese oltre 460 euro a ettolitri, e quindi se i volumi sono pochi i fatturati sono un poì più corposi, 173 milioni nel 2016. Come in tutto l’Estremo Oriente vince la Francia a mani basse, con il 32% del mercato, ma vince soltanto perché ha gli spumanti. Se togliessimo quelli, ormai i cileni sono arrivati allo stesso livello. L’Italia è messa meglio che non in Cina con il 14% del mercato ma certamente non nella posizione che le compete, anche a causa del fatto che la nostra “killer application”, gli spumanti, nel mercato coreano non sembrano funzionare. Passiamo a leggere i dati insieme.

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Settore vino contro settore bevande – dati Mediobanca 2016

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L’analisi del settore bevande e il confronto con il settore vino sono elaborazioni che fanno leva sul lavoro di Mediobanca Research, che ogni anno pubblica due analisi: un rapporto che mostra i dati cumulati delle 2500 maggiori aziende italiane per settore e, con la stessa metodologia, quello delle principali aziende vinicole, qui analizzato ogni anno in primavera. Oggi analizziamo l’andamento fino al 2016 del settore bevande (oltre 10 miliardi di vendite nel 2016) e al 2015 del settore vino (circa 6.5 miliardi). Il quadro mi sembra piuttosto chiaro: le aziende vinicole (soprattutto escludendo le cooperative) hanno mostrato progressi importanti negli ultimi 2-3 anni, che hanno consentito chiudere il gap con il settore bevande allargato, soprattutto in termini di ritorno sul capitale. Le aziende vinicole restano leggermente più indebitate (ma anche più profittevoli), data la maggiore intensità di capitale. Il primo grafico vi mostra invece l’aspetto più positivo, che è il dinamismo commercial del nostro settore vino, determinato anche dalla maggiore propensione all’export (oltre il 50% delle vendite contro il 39% del settore). Andiamo ad analizzare insieme qualche numero.
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Guido Berlucchi – risultati 2016

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Analizziamo oggi il bilancio 2016 di Guido Berlucchi, che l’azienda ha prontamente messo a disposizione. Da quest’anno l’azienda non redige più il bilancio consolidato, motivo per cui trovate nei grafici lo “stacco”. La differenza non è sostanziale, dato che delle due aziende vinicole non consolidate soltanto una ha un fatturato indipendente (l’altra è distribuita da Berlucchi). Diciamo che i 41 milioni di euro di vendite che vedete come dato 2016 sarebbero stati circa 44.4 milioni ove includessimo l’Antica Cantina Fratta, mentre l’utile netto aziendale da 4.7 milioni si sarebbe attestato a circa 5.0 milioni. Fatta questa premessa, i dati di Berlucchi sono piuttosto positivi, anche grazie all’assenza dei costi promozionali che avevano impattato negativamente nel 2015 in occasione dell’Expo. Se le vendite crescono soltanto del 2%, il progresso a livello di margine operativo lordo e utile netto è superiore al 15%. Come abbiamo visto già l’anno scorso, Berlucchi ha una posizione di cassa positiva (11 milioni, senza considerare il valore delle partecipazioni nelle due cantine non consolidate, in carico per oltre 15 milioni), leggermente calata nel 2016 per via della decisione di distribuire 6.5 milioni di euro di dividendi e di acquisire una quota della Antica Cantina Fratta. Passiamo all’analisi dei dati.

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Indebitamento e leva delle principali aziende vinicole – dati 2016, MBRes

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Chiudiamo oggi la serie dei post sui dati Mediobanca Research con l’analisi della leva finanziaria delle aziende vinicole italiane. I dati si riferiscono al debito lordo, quindi possono differire da quelli che leggete nei post singoli sulle aziende, dove da questo numero qui pubblicato viene dedotta la liquidità per arrivare a una “posizione finanziaria netta”. La seconda avvertenza è relativa al tema delle cooperative, che possono in genere sopportare livelli di indebitamento più sostenuti vista la differente natura del rapporto con i soci e la loro struttura. I dati che presentiamo oggi mostrano un sostanziale miglioramento delle condizioni finanziarie delle principali aziende vinicole nel 2016. Come abbiamo già letto gli utili stanno crescendo e non essendoci state grandi operazioni di acquisizione o investimento, i rapporti tra il debito e il patrimonio e tra il debito e il valore aggiunto (purtroppo MBRES non fornisce il fatidico MOL o EBITDA sul quale si calcola normalmente il rapport con il debito…) sono migliorati. Sull’aggregato delle aziende qui elencate passiamo da 0.61 a 0.59 per il rapporto debito su patrimonio e da 1.71 a 1.68 per quanto riguarda il debito su valore aggiunto. Ancora, e lo scrivo per la terza volta, miglioramento ma leggermente meno marcato di quanto non fosse stato negli anni precedenti. Per quanto riguarda i livelli di indebitamento azienda per azienda, poco cambia rispetto agli scorsi anni; si aggrava la situazione di Gancia, mentre tutte le principali aziende mostrano un calo del debito in valore assoluto. Passiamo ai dati.

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Il commercio mondiale di vini sfusi – aggiornamento 2016

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Gli scambi mondiali di vini sfusi sono da ormai qualche anno fermi al palo, ossia nell’intorno di 41 milioni di ettolitri e circa 2.9 miliardi euro di valore. Questa stabilità si innesta all’interno di un trend crescente degli scambi mondiali che ha come protagonisti positivi soprattutto gli spumanti, ma anche in certa misura i prodotti in bottiglia. Conseguenza dello spostamento del consumo di vino sempre più sulla qualità? Probabilmente si, anche se non sono soltanto queste le ragioni. Per esempio, siccome europei, cileni e australiani sono in principali esportatori netti di vino e americani e inglesi i principali importatori, i cambi sono certamente una determinante. Con un euro forte e un dollaro debole, per esempio, è più conveniente imballare i prodotti nei mercati finali, e viceversa succede quando il dollaro si rafforza. Quindi, il 2015 e il 2016 sono due anni di dollaro forte (1.11 contro 1.33 del 2013 e 2014) e questo probabilmente ha ridotto la convenienza della scelta di esportare vini sfusi da imballare nei mercati finali. E l’attuale indebolimento del dollaro, ove continuasse, andrebbe in questa direzione. Comunque, fatta questa premessa, il mercato è sempre dominato dagli spagnoli, che hanno il 17% del mercato a valore e ben il 31% dei volumi. Anche se il 2016 non è stato un anno buono (quanto è invece stato per i nostri vini sfusi), la distanza che ci separa è notevole. L’unico esportatore che mostra una crescita strutturale sembra invece essere la Nuova Zelanda (+18% annuo negli ultimi 5 anni), tra l’altro con un prezzo medio di esportazione largamente superiore a quello di tutte le altre nazioni. Passiamo ad analizzare qualche dettaglio.

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