Nel contesto di un commercio al dettaglio in fase di graduale stabilizzazione, il terzo trimestre sembrerebbe essere stato positivo per il settore del vino. Le vendite al dettaglio sono cresciute del 4% sui 9 mesi dell’anno, leggermente meglio del dato rilevato alla fine del semestre. L’andamento migliore è ancora appannaggio di due categorie di prodotto: i vini comuni, quindi il basso di gamma e gli spumanti che dopo l’altalena dei primi due trimestri dell’anno (legata anche alla Pasqua) crescono del 7% nel trimestre e del 9% circa sui primi 9 mesi. Ma per loro, come ben sapete, il periodo critico è quello che comincia proprio in questi giorni. Andiamo a vedere i numeri.
Per un analista finanziario come me questo è forse il post più professionale dell’anno. Oggi infatti confrontiamo gli utili delle aziende vinicole del 2012 e quanto hanno reso per i loro proprietari e investitori. Dobbiamo subito dire che come abbiamo già discusso nelle sessioni sui singoli bilanci il 2012 è stato un anno di fatturato in forte crescita ma di margini di profitto in calo. Anche questo campione di 20 aziende porta alla medesima conclusione. Gli utili operativi sono cresciuti soltanto del 2% (valore cumulato), quando le vendite sono cresciute del 7%. Quindi, se molti sono riusciti a far crescere gli utili in valore assoluto, quasi nessuno è riuscito a migliorare i margini (la sola eccezione evidente sembra essere Zonin). Un po’ meglio sembra essere andata se si confrontano gli utili con il capitale investito, che non è cresciuto molto per via di un ciclo di investimenti ancora piuttosto sottotono (forse fatta eccezione per il mega impianto di Antinori). Da questo punto di vista, diversi operatori (Zonin e Santa Margherita su tutti) sembrano essere riusciti a migliorare i ritorni. Detto questo, non ci resta che ricordare i “campioni italiani” di redditività, che sono le aziende toscane (Antinori, Frescobaldi, Banfi e la risorta Ruffino, tutte fortemente integrate nella produzione di materia prima) e Santa Margherita. E i campioni italiani del ritorno sul capitale, cioè di quanto rende il capitale così come definito nel bilancio. In questo caso a svettare è chiaramente Santa Margherita, sopra il 15%, seguita da Ruffino e Zonin, entrambe “nuove arrivate” da questo punto di vista a fronte degli eccellenti risultati recenti.
La Puglia ha una delle basi ampelografiche meno specializzate tra le regioni che abbiamo sinora analizzato. Il maggiore vitigno non è, sorprendentemente, uno di quelli che ti aspetteresti di leggere, ma il Sangiovese, che rappresenta il 15% del totale ma che non appare mai come DOC. Quando si parla di vini di qualità, invece emergono i vitigni famosi della regione, tipicamente rossi: Primitivo di Manduria e Negro Amaro. Andiamo a leggere insieme i principali numeri del censimento ISTAT 2010 della regione.
Quando il vino francese ritraccia in Estremo Oriente, come sembra aver fatto nel 2012 a Hong Kong, anche il mercato ne subisce le conseguenze. Non che si importi meno vino, anzi, gli ettolitri sono cresciuti del 5% rispetto al 2011, toccando un nuovo record. Quello che si è ridotto è il valore delle importazioni. Saranno stati in parte i cambi, ma la spiegazione non è lì. Il crollo del 20% circa del valore delle importazioni, riscese al di sotto del miliardo di dollari è un segno importante di normalizzazione di un mercato che sembra aver perduto la caratteristica dell’acquisto “a qualsiasi prezzo”. La competizione sta aumentando, gli acquirenti stanno imparando a rifornirsi a prezzi più convenienti. E in uno scenario come questo, se l’Italia in valore assoluto non fa grandi progressi, in termini relativi torna a crescere, tornando a rappresentare il 3.3% del mercato locale. Va detto che stiamo pur sempre parlando di un mercato che importa a 20 dollari al litro, e che sul vino che si tiene (circa il 78% del totale, il resto viene spedito in Cina) paga 25 dollari al litro. Andiamo sui numeri.
Il 2012 (e il 2011) sono stati gli anni in cui i forti incrementi del costo delle materie prime si sono trasferiti sui prezzi del vino. Commentiamo quindi una classifica dove non soltanto chi ha avuto vendite stabili è sceso in graduatoria, ma anche chi non è cresciuto a sufficienza è indietreggiato. Un aspetto positivo di questa crescita, che per le 20 aziende qui analizzate (sopra a 50 milioni di vendite) è stata del 7% circa, è che abbiamo finalmente 11 aziende che fatturano più di 100 milioni (erano 8-9 soltanto fino allo scorso anno). Di queste, 5 sono cooperative e 6 sono aziende private. La seconda considerazione è che queste aziende ormai sembrano crescere circa il doppio rispetto al resto del settore, che sempre secondo Mediobanca aveva generate un +4% nel 2012 (tutte le aziende sopra i 20 milioni di vendite).
Il leader resta sempre GIV, con 371 milioni di venditte (che scenderanno a fronte del deconsolidamento della divisione Coltiva, nel 2013). Se sommassimo GIV con il suo azionista Cantine Riunite/CIV arriveremmo a 550 milioni circa di fatturato. Questo secondo tutti è “il leader” di mercato. Andiamo ad analizzare i numeri insieme.
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