Dati finanziari


Caviro – risultati 2011

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I numeri 2011 di Caviro, ma anche le prospettive, si prestano a diverse chiavi di lettura. Da un lato, la relazione degli amministratori è molto prudente, dall’altro l’evoluzione prevedibile della gestione mette in luce un incremento delle vendite a volume del 10%. Di certo, in un anno in cui i prezzi all’origine del vino sono cresciuti del 30% e più sarà probabilmente difficile per la cooperativa soddisfare le pretese dei conferitori, anche considerando che già nel 2011 sono stati liquidati a un prezzo del 25% superiore al 2010. Il tutto è condito da una forte esposizione all’Italia, che ha molto impattato le vendite di vino (per il 65% in Italia): per “starci dentro” Caviro ha dovuto rivedere in modo sostanziale i suoi programmi di marketing, riducendo le spese promozionali e pubblicitarie. Infine, va segnalata la riduzione del debito a fronte del parziale conferimento a Herambiente della centrale terminca. Sono invece migliorati i risultati del segmento distilleria, dove l’azienda ha riassorbito l’impatto dell’OCM e si è focalizzata sull’industria alimentare e farmaceutica, mentre all’interno di tale divisione resta un’area di criticità il segmento mosti. Vediamo qualche numero in più.

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Constellation Brands – risultati e acquisizione di Crown Imports

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Il destino di Constellation Brands è cambiato radicalmente negli ultimi giorni. Dopo anni passati a tagliare rami secchi e vendere attività non profittevoli, è venuto il momento di mettere i soldi sul tavolo per espandere l’attività. Per la verità, così come è successo per Ruffino, anche in questo caso l’operazione di acquisizione del 50% non posseduto di Crown imports è stata generata da un evento esterno, e cioè l’operazione di acquisizione di Grupo Modelo (azienda messicana che produce la birra Corona) da parte del colosso AB Imbev. Nell’ambito di tale operazione e presumibilmente per evitare eccessivi problemi di Antitrust in USA, Constellation Brands ha potuto acquistare il 50% della società di distribuzione della birra Corona (per 10 anni, rinnovabile) che ancora non possedeva. Il prezzo di 1.85 miliardi di dollari è incredibilmente interessante sia per la valutazione (oltre 200 milioni di dollari annui è la quota di utili “acquistata”, che significa meno di 10 volte gli utili ) che per il prezzo di uscita potenziale per AB Imbev, pari a 13 volte l’utile operativo, contro il multiplo di 8.6 volte pagato per questo 50%. Quindi, in conclusione, un’operazione eccezionale per il valore creato e per la qualità delle operazioni acquisite. Il prezzo delle azioni, come vedete dal grafico, è letteralmente esploso passando in un paio di giorni da 20 dollari alla chiusura di 27 dollari di venerdì sera.

 

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Santa Margherita – risultati 2011

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Santa Margherita ha messo a segno nel 2011 un incremento delle vendite del 6%, ma ha realizzato un utile sostanzialmente allineato allo scorso anno, in seguito a un leggero calo del margine operativo e di maggiori oneri finanziari sul debito. Tutti i marchi vanno bene, Cà del Bosco e i marchi piccoli in particolare, gli investimenti continuano a essere significativi. Oggi la maggior parte del post la gioco in modo differente: Santa Margherita è un grosso generatore di cassa, i due terzi circa vengono prelevati dall’azionista, sostanzialmente tutto l’utile netto, nell’ambito di una politica finanziaria integrata nel gruppo Zignago (Santa Margherita ha un solo azionista). Il debito di Santa Margherita è ancora moderato ma certamente più alto di 5 anni fa. Come va interpretato questo incremento del debito? Come dicevo prima, dopo un confronto con l’azienda, bisogna considerare Santa Margherita parte di un gruppo allargato: la sua cassa o il suo debito non sono “indipendenti” ma legati al resto del gruppo Zignago. In altre parole, il debito cresce ma ciò non rappresenta una minaccia per la capacità di investire o per la solidità finanziaria dell’azienda.

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I risultati 2010 delle aziende di spumanti rispetto al settore – Rapporto Mediobanca

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Tra i vari pezzetti che il rapporto Mediobanca ha aggiunto negli ultimi anni c’è una tabella in cui si confrontano i dati delle aziende che fanno spumanti da quelle che fanno prevalentemente vino. In questo post ho raccolto i dati da quando sono pubblicati (2008-2009-2010) e ho provato a metterli insieme. Vi faccio immediatamente notare che il campione cambia di anno in anno (si tratta delle 107 aziende con oltre 25 milioni di fatturato nel rapporto 2010), per cui i dati vanno un po’ presi per le molle. La differenza più importante e la tendenza più evidente è sicuramente la propensione all’export. Le aziende di spumanti stanno fortemente incrementando la loro esposizione ai mercati esteri, come i dati sull’export ci dicono di mese in mese, ma partono da un livello particolarmente basso. Questa chiave di lettura è molto interessante: gli spumanti italiani rispetto al vino non stanno “andando meglio” ma stanno “raggiungendo” la posizione che i vini fermi hanno consolidato negli anni. Altri spunti interessanti arrivano dal ritorno sul capitale, dal costo del personale e dall’indebitamento. Vediamo i numeri.

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I risultati delle prime 107 aziende e cooperative vinicole – rapporto Mediobanca 2012

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Se la settimana scorsa ci siamo occupati dei risultati delle sole aziende vinicole, quelle con scopo di lucro, oggi facciamo una carrellata dei numeri generali del rapporto Mediobanca, quindi incluse anche le cooperative e le poche aziende straniere. Il post però mi piacerebbe affrontarlo oggi in modo diverso, dato che delle tendenze specifiche ho già discusso nel contributo al Corriere Vinicolo. Quindi oggi, pur mettendovi i grafici classici, cerco di analizzare una tendenza di lungo termine, decennale, tra il 2000 e il 2010. Che cosa è successo alle aziende vinicole? Come sono andate? Hanno soddisfatto i propri azionisti? Vediamo in dettaglio.

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