Dati finanziari


Caviro – risultati 2013

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Il 2013 per Caviro e’ stato un anno di forte accelerazione, sotto tutti i punti di vista. Le vendite estere hanno preso piede, il progetto “superPremium” e’ stato lanciato e ha tra l’altro visto nel 2014 una nuova acquisizione (Cesari a Verona), la remunerazione dei soci e’ cresciuta sia in valore assoluto (dopo anni di declineo) che in termini unitari. Infine, la struttura finanziaria e’ migliorata, in virtu’ dei migliori risultati cui si e’ accompagnato il contenimento del capitale circolante e un minor livello di investimenti. La strategia di Caviro dunque procede e procede nel senso del vino, come avevamo accennato gia’ lo scorso anno, dopo diversi esercizi in cui distillerie e energia avevano assorbito le risorse da dedicare allo sviluppo. Bene, passiamo ai numeri.

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L’ira delle uve – il commento del Financial Times su TWE/KKR

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fonte: Lex Column del FT

Vi propongo oggi un interessante commento pubblicato sulla mitica pagina di commento del Financial Times, la “Lex column”, che tratta il tentativo di acquisizione di TWE da parte di un fondo di private equity (KKR). Il settore ha visto recentemente alcune operazioni da parte dei grandi players, di dimensioni limitate, ma che lasciano intendere un ritorno di interesse sul vino. Le recenti vicissitudini di alcuni prodotti nei mercati asiatici (leggi Cognac in Cina) stanno forse convincendo alcuni grandi players che il vino forse cresce un po’ meno ma garantisce una grande stabilità nei flussi di cassa e nei ritorni. Nel caso specifico di KKR su TWE si tratta di un classico caso di azienda con una gestione un po’ contraddittoria dove il private equity ritiene che ci siano opportunità di acquistare, ristrutturare e ottimizzare il business, magari aggiungerci un po’ di debito per ripagarsi lo sforzo dell’acquisto, e poi, tra qualche anno quando è di nuovo in forma e bella dimagrita (in tutti i sensi) rimetterla sul mercato di borsa. TWE ha naturalmente detto che l’offerta è troppo bassa, e immediatamente le azioni sono salite sopra il livello di AUS4.7 offerto da KKR. Come vi ricorderete TWE è il risultato della separazione di Foster’s che fa birra da TWE, che fa vino, per facilitare le fusioni con altri players. Foster’s è stata acquistata da SAB Miller, guardacaso dopo un’offerta simile, inizialmente rifiutata, a poi accolta in seguito a un rilancio a un prezzo più elevato. Succederà la stessa cosa con TWE. Secondo il FT succederà, e se non sarà KKR sarà qualcun altro! Buona lettura… Continua a leggere »

I risultati delle aziende vinicole italiane (ex cooperative) – rapporto Mediobanca 2013

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Qualche giorno fa abbiamo analizzato i dati globali del rapporto Mediobanca, oggi invece ci concentriamo sulle 72 aziende vinicole che formano il campione (escluse quelle di proprietà estera). Sostanzialmente parliamo del “grosso” del settore escluse le cooperative che come sempre sporcano i dati a causa delle logiche gestionali differenti che le contraddistinguono. Diciamo che le conclusioni non sono differenti: i fatturati salgono, mentre gli utili no e, soprattutto, il 2012 è stato un anno di forti investimenti (penso alla grande cantina di Antinori, per esempio), il che ha messo ulteriore pressione ai ritorni sul capitale. Se è vero che il mercato italiano è una vera palla al piede, e lo si vede dal grafico dell’andamento relativo delle vendite storiche (le cooperative vanno molto meglio in Italia per la loro esposizione alla grande distribuzione e al range di prodotti tipicamente meno costoso), è altrettanto vero  che il mondo del vino italiano continua a non attrarre grandi capitali (salvo qualche sporadica apparizione di imprenditori di paesi ricchi che non sanno cosa fare dei soldi oppure vogliono “sdoganarsi” nella società italiana).

Prima di addentrarci nei numeri, vale la pena sottolineare che Mediobanca sta dando delle indicazioni più prudenti sul 2014 in termini di potenziali di forte crescita delle vendite. Secondo il sondaggio, se quasi nessuno (8%) pensa di subire dei cali, soltanto una piccola parte (di nuovo 8%) pensa che le vendite possano crescere a doppia cifra. Erano il 27% lo scorso anno e il 40% due anni fa… Andiamo a vedere i numeri insieme.

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Constellation Brands – risultati 2013-14 e previsioni 2014-15

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Constellation Brands sta sempre di più virando verso la birra. Non soltanto il consolidamento del business della Corona ha completamente stravolto il conto economico (ora rappresenta il 40% dell’utile operativo, ma la quota crescerà nel 2014 con il consolidamento per tutti i 12 mesi), ma il management ha annunciato un forte piano di investimenti proprio nel segmento della birra, con un nuovo stabilimento da 1 miliardo di dollari. D’altronde, i risultati sono egregi: il business della birra cresce del 10%, contro il +2% del vino, segmento nel quale a un incremento dei volumi del 3-4% si contrappone una forte pressione promozionale che limita la crescita. Tornando ai risultati, Constellation Brands ha chiuso il 2014 con un utile altissimo grazie alla rivalutazione della quota in bilancio del business della birra, dietro il quale si è comunque nascosta un ulteriore svalutazione del valore dell’attività vinicola in Canada per 300 milioni di dollari. Una volta rettificato per le componenti straordinarie, l’utile netto è cresciuto del 60% circa a 700 milioni di dollari. Per il 2014 (febbraio 2015, come data di chiusura), l’azienda ha annunciato un incremento atteso dell’utile per azione da 3.25 dollari a 3.95-4.15 dollari, quindi un incremento ulteriore di almeno il 20%. Il tutto ancora guidato dalla birra, per la quale si prevede un aumento delle vendite tra il 5% e  l’8% circa (traducendo un numeri le parole…) e un aumento dell’utile operativo del 10-12%, naturalmente prima di considerare il pezzo di anno che nel 2013 non avevano e che avranno nel 2014. Invece, per quanto riguarda il segmento vino la crescita attesa è al massimo del 5%… come dicevo all’inizio, sempre più birra.

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I risultati delle aziende e cooperative vinicole italiane nel 2012 – Rapporto Mediobanca

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Il rapporto Mediobanca racchiude numerosi spunti di discussione sull’andamento dei settore vinicolo italiano, con riferimento ai risultati 2008-2012, che vengono qui arricchiti con una concatenazione ai dati storici per dare un respiro di più lungo termine (nel passato) degli indicatori di crescita e di profittabilità del settore.

Oggi apriamo questa serie di post con i risultati globali del settore, che nel 2012 è stato martoriato da un pesante incremento del costo delle materie prime (leggi prezzo all’origine delle uve) causato dalle recenti scarse vendemmie. E apriamo con una cruda analisi che vorrei ancora una volta rilanciare.

Detto in altri termini: dietro a tutti questi articoli trionfali sul vino italiano, sul suo successo all’estero, sulla crescita delle esportazioni e via dicendo si cela una dura verità: nel 2012 a fronte di un incremento delle vendite aggregate di queste 111 aziende dell’8% (bel numero), il valore aggiunto è rimasto fermo, il MOL è sceso dell’1%, l’utile operativo del 5% e l’utile netto ha fatto -2%. L’indebitamento cumulato del settore è cresciuto del 6% contro il +4% del patrimonio degli azionisti. Tradotto: i risultati sono stati pessimi. E’ questione di un anno? No, purtroppo. Su 10 anni 2002-2012, le vendite crescono del 4.4% annuo, il MOL soltanto del 2% e l’utile operativo e quello netto dell’1%. E’ colpa delle cooperative? Nemmeno. Se restringiamo i dati alle aziende, come vedremo tra qualche giorno troviamo delle conclusioni molto simili. Il mondo del vino italiano non riesce a tradurre in profitti i successi commerciali che ottiene nel mondo. C’è un mercato locale che non aiuta? Certamente. C’è però un problema più importante. Le aziende sono troppo piccole rispetto alla dimensione del mercato e alla competizione di altri paesi produttori. Gli investimenti degli ultimi anni forse sono stati sbagliati, dato che nel 2000 il ritorno sul capitale sfiorava il 10% e oggi sta al 7%. Al di là degli appelli di “fare sistema” lanciati da una persona a me molto cara (alla quale dico sempre che in Italia ci vorrebbero una decina di imprenditori come lui nel mondo del vino italiano), è necessario costruire aziende più grandi e profittevoli. Forse anche per questo, Mediobanca da anni scrive questo rapporto: un giorno o l’altro dopo tanti soldi spesi per farlo verrà il momento di incassare con qualche commissione su operazioni di M&A o, chissà, quotazione in borsa. E adesso passiamo ai numeri con l’avvertenza che qui dentro ci sono tante cooperative, quindi i dati sui margini sono un po’ sballati…

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