La regione Lazio è al secondo anno di “rinascita” del suo settore vino, caratterizzato da una inversione nella tendenza calante della produzione, ma incentrata sui vini di qualità. Questo ci dicono i dati ISTAT 2013, che andiamo oggi ad analizzare insieme. Così, oltre a essere storicamente una regione “di vini bianchi”, il Lazio sta anche diventando una regione dove il vino DOC e IGT sono i due terzi del totale. I conti tra Federdoc e ISTAT come spesso capita non tornano, dato che secondo Federdoc si producono 0.5 milioni di ettolitri di vino DOC mentre per ISTAT sono 700mila… ma comunque si può dire che la DOC Castelli Romani, la più importante, si è stabilizzata.
Secondo i dati ISTAT anche nel 2013 la Liguria ha mantenuto un volume produttivo di vino particolarmente limitato, ben sotto alle medie storiche e circa uguale a quello del 2012. Come lo scorso anno, la produzione “mancante” è quella dei vini comuni, mentre nell’ambito di una annata poco generosa, i vini DOC mantengono un buon livello di produzione (-10% rispetto alla media storica, -3% rispetto al 2012). Tra le tabelle trovate anche i dati relativi alle principali denominazioni, riferiti in questo caso al 2012. La principale DOC regionale resta Riviera Ligure di Ponente con circa 11mila ettolitri prodotti nel 2012, ben al di sotto dei livelli “normali” di circa 15mila ettolitri, seguita dalla DOC Colli di Luni, che però è in “comunione” con la Toscana. Andiamo ai numeri.
Sebbene i calcoli possono dare risultati marginalmente diversi a seconda di come si prendono le cifre, è certo che nel 2013 le principali aziende vinicole italiane si sono rafforzate dal punto di vista finanziario. Con utili in crescita di ben oltre il 10% e in assenza di particolari operazioni di investimento o di crescita, il livello di indebitamento, sia confrontato con il patrimonio che con la generazione di utili (il valore aggiunto), mostra segni importanti di miglioramento. Come dicevo, a seconda di come consideriamo i numeri abbiamo risultati diversi. Il campione omogeneo (escludendo Giordano per cui non abbiamo il debito 2013), ha un debito sceso da 1142 a 1108 milioni di euro, che si confronta con valore aggiunto cresciuto da 550 a 558 milioni di euro, quindi indicando un rapporto in progresso da 2.3 volte a 2 volte. Anche il confronto sul patrimonio netto, progredito da 1430 milioni a 1573, è favorevole, denotando un rapporto passato da 0.8 a 0.7.
Eccoci alla seconda e più pesante puntata dell’analisi dei dati Mediobanca Research sulle principali aziende italiane, che noi focalizziamo sul vino. Ci occupiamo oggi di margini, di valore aggiunto e di ritorno sul capitale, che sono concetti più tecnici ma che consentono di fare una fotografia più precisa e verosimile di chi sono quelli che investono e fanno soldi nel settore in Italia, rispetto alla classifica sul fatturato pubblicata la settimana scorsa. La classifica che oramai pubblichiamo da anni non vede sostanziali novità al vertice: chi fa più soldi (anche perché ha investito di più!) resta sempre Antinori. Forse la vera novità qui è Ruffino, che dopo l’acquisizione della totalità del capitale da parte di Constellation Brands ha mostrato un formidabile cambio di marcia, scalando qualche posizione soprattutto per quanto riguarda la profittabilità sulle vendite e sul capitale. Dunque, se mi dovessero chiedere quali sono le principali aziende/cooperative del vino in Italia io più che dargli la classifica del fatturato gli darei quella del valore aggiunto, che vedete qui sopra: dunque Antinori numero uno, 100 milioni e più, poi GIV, che con l’aggiunta di Cantine Riunite arriva molto vicino a Antinori (circa 95 milioni ma dietro), poi Frescobaldi, Santa Margherita e Caviro tutte e tre tra i 40 e i 50 milioni di euro. Antinori è anche quella che riesce a estrarre più valore aggiunto dalla vendite, circa il 60%, seguita da Frescobaldi al 53%, poi Santa Margherita e Ruffino al 40%. Questo “taglio” vi dice invece quanto le aziende sono integrate e quanto il loro prodotto (inteso anche come marchio, posizionamento e via dicendo) riesce a essere venduto. Infine, la terza classifica su cui attirerei la vostra attenzione è quella del ritorno sul capitale, cioè quanto il fatturato “cresce”.
Prima di passare ai numeri, una considerazione di insieme: è stato un anno molto buono per il settore, con un valore aggiunto cresciuto del 12% e un utile operativo cresciuto di oltre il 25% rispetto al 2012.
Nonostante l’evidente rimbalzo rispetto al 2012, la vendemmia 2013 in Abruzzo non è stata da record. La crescita del volume prodotto è stata del 12%, ma quando confrontata con la media storica siamo piuttosto allineati. In confronto, la vendemmia italiana è stata del 7% circa superiore alla media storica. Storicamente la regione ha una forte (e crescente) impronta alla produzione di vini da tavola, che rappresentano infatti quasi l’11% del volume della categoria italiano, contro un peso di circa il 6% sul volume totale. Nel corso degli anni è andata gradualmente scendendo la “quota di mercato” abruzzese nel segmento dei vini DOC: dal 7.5% circa del 2005 al 6% del 2013. Andiamo a leggere qualche numero insieme.
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