Dobbiamo concludere il cammino nelle regioni sui dati ISTAT prima di fine anno. Ci occupiamo oggi del Friuli Venezia Giulia, del quale purtroppo non possiamo utilizzare i dati sulle denominazioni, in quanto sono troppo incompleti. I dati ISTAT 2011 invece ci mostrano tre tendenze molto interessanti di questa regione, che se corrispondono a realtà, caratterizzano particolarmente la regione nel panorama italiano: (1) la produzione cresce invece che calare; (2) la produzione si sta decisamente specializzando sui vini bianchi che prendono il sopravvento; (3) la produzione si orienta pesantemente sulla qualità. I vini da tavola non sono nemmeno rilevati da ISTAT. Entriamo quindi nei numeri in particolare.
La Nuova Zelanda è ancora una delle nazioni protagoniste di un incremento produttivo, addirittura pericoloso vista la stasi del consumo di vino in genere. Le sue esportazioni sono però cresciute in modo vigoroso. Oggi, grazie ai dati pubblicati da Calwine e derivanti dal World Atlas, guardiamo i numeri in dettaglio geografico per capire dove viene venduto il vino neozelandese. Non ci sono sorprese, dato che le direttrici sono soprattutto i mercati vicini, Australia e in seconda battuta l’oriente con Cina-HongKong-Singapore, e i mercati anglosassoni con il Regno Unito e gli USA come altri principali mercati. Attenzione al dollaro neozelandese, dato che questi dati sono espressi in dollaro americano: anche se il prezzo mix sembra essere migliorato (vendite in dollari in crescita superiore alle vendite in valuta locale), ciò è determinato dalla svalutazione del dollaro contro la valuta locale, il che significa che in realtà gli introiti unitari degli agricoltori non sono cresciuti. Infine, un calcolo simpatico ma che fa riflettere: il prezzo medio di export della Nuova Zelanda è il triplo di quello italiano.
Chiariamo subito che per l’Umbria nè ISTAT nè Federdoc riescono a produrre un dato significativo per la produzione di vino. Nel caso di ISTAT, i totali per colore non tornano con i totali per tipologia, mentre nel caso di Federdoc, per oltre la metà delle denominazioni il dato è mancante.
Eccoci alla terza e ultima puntata delle classifiche delle principali aziende 2011 come pubblicate dal rapporto Mediobanca sulle principali aziende italiane. Oggi ci occupiamo del debito, con le solite avvertenze: talvolta i numeri qui riportati non sono esattamente in linea con quelli dei bilanci perchè sono censiti da una azienda indipendente; seconda avvertenza, quest’anno manca Giordano. Partiamo dalla fine, cioè dalle conclusioni: (1) le principali aziende italiane sono in fase di “deleveraging”, cioè di riduzione della leva finanziaria. Come ben sapete il costo del debito sta salendo in modo vigoroso una volta che le linee di finanziamento devono essere rinnovate, a causa dell’aumento rischio percepito dell’Italia. Questo, oltre al completamento di grandi piani di investimento di alcune grandi aziende, ha consentito una riduzione leggera del debito, soprattutto in corrispondenza di un quadro, visto nei post precedenti, di una crescita degli utili. Il debito di questo campione di aziende è sceso da 927 milioni a 923 milioni. (2) Il calo del debito è stato concentrato tra le grandi cooperative, mentre le aziende hanno ancora visto un leggero incremento. (3) i rapporti di debito su patrionio, su valore aggiunto e su fatturato puntano tutti a un miglioramento rispetto allo scorso anno, sia per le aziende che per le cooperative. (4) Se guardiamo alle singole aziende, le aziende che hanno ridotto maggiormente il debito rispetto al 2010 sono state GIV, Antinori, CAVIRO, Ruffino, Frescobaldi, Banfi, CAVIT, Cantina di Soave e CEVICO. Dall’altra parte, le aziende che hanno incrementato i debiti sono state Cantine Riunite, Santa Margherita, Gancia, Zonin, Botter e Martini. Quest’ultima merita un discorso a parte visto che ci deve essere stata un’operazione straordinaria per far crescere artificialmente il debito. Andiamo nei numeri in maggiore dettaglio.
E’ oggi il turno degli utili, dei margini e del ritorno sul capitale delle principali aziende vinicole italiane nel 2011, sulla base del rapporto Mediobanca sulle principali aziende italiane. Dopo avervi avvertito di nuovo che manca Giordano, procediamo con le maggiori conclusioni dell’analisi. (1) il valore aggiunto e l’utile operativo delle prime 14-15 aziende e’ cresciuto del 4% circa nel 2011 rispetto al 2010, mentre l’incremento annuo negli ultimi 5 anni e’ stato del 3% circa. (2) nel 2011 si e’ verificata una diluizione del margine rispetto all’anno scorso, a fronte dell’incremento del costo delle materie prime. E’ difficile fare un calcolo preciso, ma il calo del margine è stato di circa 10-20 punti base (dal 6.1% al 5.9%, includendo le cooperative, dall’8.7% all’8.6% soltanto per le aziende), con un calo di circa 80-100 punti base del margine a livello del valore aggiunto. (3) il contentimento degli investimenti e dei costi del personale (il personale delle aziende è calato, quello del campione incluse le cooperative è stato stabile) ha consentito di assorbire quasi completamente il deterioramento del margine sulle materie prime. (4) il ritorno sul capitale delle aziende vinicole (escluse quindi le cooperative) è leggermente migliorato, dal 6.6% al 7%, contro il massimo del 7.5% raggiunto prima della crisi dalle medesime aziende. (5) Guardando invece alle singole aziende, i campioni italiani in termini di utili sono Antinori, Santa Margherita e Frescobaldi, tutte con un valore aggiunto e utile operativo in crescita nel 2011. Il GIV è per valore aggiunto la seconda realtà in Italia, ma il suo andamento è stato meno positivo dei concorrenti e il margine operativo è ancora piuttosto basso. (6) allargando lo sguardo sui 5 anni, tra le aziende Santa Margherita e Frescobaldi sono cresciute del 6% annuo, mentre Antinori del 5%. (7) Infine, nella classifica del ritorno sul capitale Santa Margherita (16% nel 2011) è largamente davanti alle altre grandi aziende, se escludiamo Botter che ha un’attività più commerciale. Il calcolo non è preciso come quello che si fa leggendo il bilancio ma è certamente coerente e questo è il valore aggiunto di questa analisi: i dati Mediobanca (a loro volta estratti da Bureau Van Dyck) mettono tutte le aziende sullo stesso piano.
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