Raggruppiamo oggi Molise e Basilicata nel commento sulla produzione di vino 2011, con l’obiettivo di completare la carrellata entro fine anno. Anche in questo caso, come precedentemente sottolineato, i dati sono molto incompleti e appaiono frutto di grossolane stime (e per questo non pubblichiamo grafici che sarebbero di scarsa utilità).
Un’interessante presentazione di France Agrimer ci consente di fare il punto sul mercato mondiale degli spumanti, in termini di quote sulla produzione delle varie nazioni e di peso sul “trade” cioè sulle esportazioni mondiali di spumante. Lo studio mette in luce il crescente ruolo dell’Italia in questo mercato negli ultimi anni, guidato però dai volumi e non dai prezzi, che dopo una positiva parentesi nel 2007-08 sono tornati pesantemente sotto pressione. Cominciamo col dire che il mercato mondiale 2010 è stimato a 2.5 miliardi di bottiglie equivalenti (18.5 milioni di ettolitri), che rappresentano il 7% della produzione mondiale di vino e, a differenza di quest’ultima, con una tendenza in crescita (+9% annuo negli ultimi 5 anni). Quindi, l’Italia si muove bene su un terreno fertile. Qualche conferma e qualche sorpresa la potete trovare nel resto del commento…
I dati che presentiamo oggi sulle Marche sono largamente incompleti e fonte di stime. Lo si vede dai grafici che non vi ho postato, che sono quelli della suddivisione percentuale dalla produzione di vini rossi e bianchi, di vini DOC e IGT, che è esattamente uguale a quella dello scorso anno. Dobbiamo però prenderli per quelli che sono: i dati ufficiali rilasciati dall’ISTAT sulla produzione vinicola regionale. Analizziamoli insieme: sarò breve data l’impossibilità di trarre conclusioni da dati tanto approssimati.
La produzione di vino nelle Marche ha subito un calo del 20% rispetto al 2010 ma non è andata molto lontano dal livello segnato nel 2000. I dati sulla produzione provinciale non sono commentabili, in quanto il calo della produzione provinciale è esattamente il medesimo in ogni provincia, quindi sono dati totalmente stimati.
Secondo il censimento vinicolo del 2010, la superficie vitata è scesa da 19660 ettari a 15475 nel giro di un decennio, con un calo del 22%.
ISTAT rileva un valore della produzione della viticoltura di 41 milioni di euro, stabile rispetto al 2009 e al 2010, e un valore della produzione di vino di 27 milioni, in calo del 9% contro il -5% segnato dall’Italia nel complesso.
I dati 2011 dell’Abruzzo sono certamente influenzati dal terremoto, ma mostrano, nell’ambito di un forte calo della produzione, un’evoluzione molto incoraggiante verso le produzioni di qualità. Il calo produttivo è molto forte, -25%, ma il valore della produzione scende soltanto del 3%, ossia la metà di quanto mediamente è successo negli ultimi 10 anni. È così che l’Abruzzo scende a meno del 6% della produzione nazionale di vino (rispetto a oltre il 7% di alcuni degli scorsi anni), ma cresce nella quota di produzioni di vini DOC al 7.1%.
Mentre in Italia e in Francia si pensa a come bloccare la normativa che liberalizzerà i diritti di impianto della vigna (è ancora prevista, vero?), in Germania hanno cominciato a lavorare sulle simulazioni degli impatti che questa liberalizzazione potrebbe avere di qui al 2025. Cosi’, AAWE, l’associazione degli economisti dedicati al vino, pubblica un working paper a firma di Mariia Bogonos, Barbara Engler, Marc Dressler, Jurgen Oberhofer and Stephan Dabbert. Come? Hanno preso la più grande regione vinicola del paese, il Rheinland-Pfalz, e hanno inserito i dati in un semplice modellino econometrico per cercare un nuovo equilibrio di un mercato semplificato, con due prodotti, il vino di qualità e il vino di base (in Germania, quello che richiede aggiunta di zucchero…), che necessita di ulteriori elaborazioni. Senza volersi addentrare troppo nelle ipotesi del modello, è interessante analizzare quali sono le conclusioni che lo studio raggiunge, e cioè:
Liberalizzare gli impianti significa certamente aumentare la quantità di vino prodotto a discapito dei prezzi, con un impatto più evidente sui vini di qualità rispetto ai vini da tavola;
Liberalizzare significherà quindi necessità di tagliare i costi produttivi. Primo, spostare la produzione di vino dai posti scomodi (le colline) ai posti comodi. Secondo lo studio, nei posti “scomodi” si potrà produrre soltanto vini di grande qualità tali da compensare con il prezzo di vendita i maggiori costi di produzione. Secondo, passare da modelli di piccoli agricoltori a aziende con aree vitate più importanti, in grado di ottenere economie di scala.
La liberalizzazione non genererà delle perequazioni all’interno di un’area produttiva come questa, ma presumibilmente si allargherà a livello europeo: è probabile che lo svantaggio competitivo di alcune aree si traduca in un problema di sostenibilità delle loro industrie vinicole;
Da un punto di vista del mercato, la liberalizzazione dovrebbe consentire un’espansione ulteriore dei vini di qualità, mentre la concorrenza sui vini sfusi e di bassa qualità si intensificherebbe ulteriormente (cali di prezzo più pronunciati, per il maggiore effetto di sostituzione).
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