La classifica che vi presento oggi è redatta da una società di consulenza chiamata “Intangible business”, che si occupa di consulenze nel campo dei marchi e che redige un ranking annuale relativo ai grandi marchi del settore delle bevande alcoliche, mischiando vino e superalcolici. Ho estratto i numeri relativi ai marchi del vino. Diciamo subito che rispetto alla classifica che pubblico con il Liv-ex qui stiamo parlando di un’altra categoria, cioè dei grandi marchi del mondo del largo consumo di qualità e non dei grandi vini. Oggi guardiamo i numeri del 2012, mentre in un secondo post natalizio magari analizzeremo come si sono mossi nel tempo alcuni parametri dei grandi marchi del vino. A premessa, dovete considerare che questa è una classifica internazionale con una forte influenza anglosassone.
Il terzo trimestre è normalmente quello del “cambio campagna” per i vini, come ISMEA sottolinea nel suo commento. Si apre la nuova stagione e quindi la lettura dei dati diventa forse più interessante. Ancora più interessante è che i dati ci introducono a un possibile cambio di tendenza. Il principale commento di questo post degli ultimi trimestri è stato incentrato sull’incremento dei costi delle materie prime e sulla impossibilità per i trasformatori di trasferirlo interamente nei prezzi di vendita, soprattutto nel mercato italiano. Questo trimestre è il primo dove la situazione “non si deteriora più” in termini sequenziali, pur restando pesante se confrontata con l’anno precedente. Forse anche per questo motivo, e qui mi riferisco al primo grafico, l’indicatore di di fiducia nel settore ha segnato un valore positivo per la prima volta da diversi trimestri a questa parte, passando da un indice di -6 a un indice di +11. Entriamo nei dati.
A dispetto di una dura estate, le vendite di vino nella grande distribuzione sembrano aver resistito alla crisi, grazie al prezzo-mix, mentre i volumi continuano a scendere, forse anche in modo più marcato di quello che avevamo visto a fine giugno. Oggi facciamo fare a questo post un ulteriore passo in avanti, che consiste nel confrontare il trend delle vendite di vino (qui vi ricordo viene escluso il segmento tradizionale dell’offtrade) con le vendite al dettaglio italiane (totali e relative agli alimentari). Ebbene, quello che si nota è che la categoria “vino” non si sta decisamente comportando male: ISTAT riporta un calo delle vendite al dettaglio sui primi 9 mesi dell’anno dell’1.6% in media, con un -0.1% per il settore alimentare, contro un incremento del 2% per il settore vino. Anche volendo aggiustare il dato ISTAT per ricomprendere unicamente la grande distribuzione, ci troveremmo in terreno positivo, dato che le vendite in GDO (qui non scomponibili nella voce alimentari) sono comunque scese dello 0.2%. Ma passiamo ai dati di dettaglio, dove vi accorgerete di due macrotendenze: (1) un progressivo indebolimento delle vendite in generale e dei volumi in particolare; (2) un crescente impatto positivo del prezzo mix, che più che compensa il calo dei volumi, anche se in minor misura rispetto al primo semestre; (3) un chiaro andamento “stile crisi”, dove i vini a minor prezzo unitario (IGT e vini da tavola) vanno meglio dei vini DOC.
Raddoppiamo o dimezziamo? I dati 2011 sulle importazioni di vino di Hong Kong relative al 2011 (in dollari) mettono in luce una realtà bifronte: il vino italiano sta crescendo ma gli altri sembrano andare meglio. Risultato? Le quote di mercato del nostro prodotto tra il 2006 e il 2011 si sono dimezzate pur esportando 6 volte di più di 5 anni fa. Due puntualizzazioni vanno fatte a questo punto della discussione: (1) il vino esportato a Hong Kong viene parzialmente rigirato in Cina, motivo per cui trovate due tabelle, una con le importazioni nette (cioè del vino che non viene riesportato) e una con le importazioni lordo (cioè del vino che viene esportato a Hong Kong, indipendentemente da dove va dopo. Per valutare il mercato di Hong Kong, il dato più importante è il primo; (2) Hong Kong è un mercato dove operano i mercanti inglesi, che esportano ogni tipo di vino, e quindi non sappiamo esattamente che cosa c’è dentro quella categoria “other”, altri. Di certo, sono vini che se italiani figurano nelle esportazioni dell’Italia verso il Regno Unito e, in misura minore, verso la Svizzera. Passiamo ad analizzare i dati…
Oggi si cambia argomento, si parla di solfiti, e dato che i solfiti inducono il mal di testa, ho pensato di mettere meno numeri per non appesantirvi troppo. Il rapporto tra vini e solfiti è molto dibattuto e i risultati di questo studio condotto da Christopher Appleby, Marco Costanigro, Dawn Thilmany e Stephen Menke, pubblicato qui da AAWE lo analizzano dal punto di vista del consumatore, tramite un sondaggio su 233 consumatori americani. In breve, che cosa dice lo studio? (1) la scelta di un vino è determinata ancora prevalentemente dalla qualità e dal prezzo, e non dalla presenza o meno di solfiti; (2) i consumatori, a parità di tutto il resto, sono disposti a pagare un prezzo maggiore (meno di 1 dollaro…) per la scelta di non avere o avere meno solfiti; (3) coloro che accusano mal di testa sono molto più attenti alla questione (e qui, no news…); (4) importantissimo: i consumatori non sono disposti a cedere sulla qualità del prodotto in cambio dell’assenza di solfiti (e qui, a parere di chi scrive, cade l’asino).
La conclusione è che i vini senza solfiti possono essere una nicchia interessante, ma soltanto una nicchia, e che l’assenza di solfiti non è una condizione sufficiente per poter vendere un vino: la qualità del prodotto ha ancora un peso molto rilevante.
Vediamo qualche risultato numerico, senza appesantirvi troppo:
Il 64% di quelli che hanno normalmente mal di testa sostengono che i solfiti determinano mal di testa. Il 57% dice che viene provocato dalla disidratazione. Stranamente, però, gli americani sembrano associare di più il mal di testa al vino rosso rispetto al vino bianco (11% contro 3%).
Questi consumatori sono disposti a pagare 64cents per un vino senza solfiti, a parità di qualità, mentre pagano 1.22 dollari in più per un vino organico rispetto a uno non organico.
Giusto per fare un confronto, il differenziale di prezzo calcolato sul punteggio dei vini nelle guide indica un maggior prezzo di 2.84 dollari per 4 punti di punteggio in più. Un’altra indicazione che suggerirebbe come la qualità è più “pagata”.
Ci sono altre correlazioni interessanti. Una dice che i consumatori con un reddito elevato e con acquisti di vino più significativo sono meno influenzati dalla questione dei solfiti.
E invece voi produttori, che percezione avete di questa “tendenza” del mercato del vino?
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