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Il nodo delle cooperative del vino in Italia: e' necessario fare un passo avanti

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Le cooperative hanno un peso molto significativo nel settore del vino italiano: scorrendo la lista delle principali societa’ italiane che si dedicano alla produzione e vendita di vino, le prime tre aziende sono cooperative, mentre altre due figurano tra i piu’ grandi attori del mercato. I loro nomi sono facili da indovinare: GIV, CAVIRO, CAVIT, Mezzacorona e Cantine Cooperative Riunite. Quest’ultima ha poi acquistato la piena proprieta’ di GIV e Coltiva, costituendo cosi’ un colosso (a livello italiano) da oltre 400 milioni di euro di fatturato.

Il ruolo delle cooperative nel settore e’ critico: il vigneto italiano e’ molto frammentato ed e’ necessario creare dei collettori per raccogliere le uve ed elaborarle, sfruttando cosi’ economie di scala altrimenti non ottenibili. La cooperativa funziona molto bene: i soci conferiscono il loro prodotto e vengono remunerati in base a a quanto la cooperativa riesce ad incassare, dopo aver dedotto i suoi costi. Non solo: la possibilita’ di vendere i propri prodotti insieme ad altri e’ un indubbio vantaggio: la maggiore dimensione consente una migliore forza contrattuale e, molto spesso, di diventare una controparte appetibile per compratori altrimenti non interessati (vedi la grande distribuzione). Da qualunque lato la si guardi, a prima vista le cooperative sembrano la soluzione ottimale per il problema della scarsa dimensione delle aziende vinicole italiane.

A guardare bene, pero’, ci sono una serie di inconvenienti associati allo sviluppo eccessivo delle cooperative. Ed e’ opinione di chi scrive che il mondo delle cooperative italiane avrebbe bisogno di una riforma che le faccia muovere dalla natura “no profit” a quella di vere e proprie aziende. Altri settori l’hanno fatto. Quali? Le banche, per esempio, hanno separato l’anima “no profit” o cooperativa formando delle fondazioni, da quella commerciale, che e’ diventata una societa’ per azione. In questo modo, alcune di queste banche hanno intrapreso un percorso di crescita significativo, fatto di aggregazioni locali ma anche di espansione all’estero. Sempre restando nel mondo bancario, Unicredito e’ un risultato di questo processo: e’ una grande banca italiana con una significativa presenza all’estero. Tra i suoi azionisti figurano una serie di fondazioni, che sono nate dalla separazione di una serie di casse di risparmio. Oppure, il mondo del latte. Le cooperative di produttori hanno creato Granarolo, che opera acquistando il latte dei soci ma a prezzo di mercato, e quindi e’ una vera e propria azienda che genera utili e investe in nuovi impianti. Ecco questo esempio e’ proprio il punto di arrivo auspicabile per il mondo del vino.

Ma qual’e’ l’inconveniente delle cooperative? Che non guadagnano. E quindi, se non guadagnano, non perdono. Se non guadagnano, non possono reinvestire gli utili (perche’ non ci sono). Se non guadagnano non hanno le risorse per svilupparsi. Andiamo oltre: se non guadagnano e competono con aziende che hanno bisogno di guadagnare (per remunerare i soldi che gli azionisti gli hanno dato), rischiano di distorcere la competizione. La valvola di sfogo della remunerazione dei soci attraverso la liquidazione dei loro conferimenti a un prezzo che fa mantenere alla cooperativa l’equilibrio economico puo’ essere un’arma a doppio taglio. Quando il mercato va bene, la cooperativa remunera i suoi soci meglio di quanto farebbe un’azienda nell’ambito di un rapporto con un fornitore (perche’ tali sono i soci di una cooperativa, fornitori di materie prime o prodotti semilavorati); quando il mercato va male, la cooperativa remunera i soci meno di quanto probabilmente sarebbe obbligata a fare un’azienda commerciale con un suo fornitore.

Qual’e’ l’impatto di questo meccanismo sulla cooperativa e sul mercato del vino? La cooperativa potrebbe non avere una gestione abbastanza efficace. Chi non rischia di perdere ma neanche ha la possibilita’ di guadagnare potrebbe non essere pienamente motivato a massimizzare i potenziali utili e benefici dei propri soci. Comunque vada, la cooperativa non perdera’ e non guadagnera’. E’ vero che la remunerazione dei conferimenti e’ il vero barometro, pero’, estremizzando, e’ a tutti chiaro che l’equilibrista senza rete di sicurezza affronta il suo esercizio maggiore piglio di quello che non rischia di farsi male.

Secondo, la cooperativa non ha una capacita’ propria di investire. Se per definizione gli utili sono prelevati dai soci in termini di migliori liquidazione dei loro conferimenti, la cooperativa e’ un’azienda con le armi spuntate. Per poter effettuare un investimento ha bisogno della generosita’ dei soci o diretta o indiretta: le banche prestano facilmente soldi alle cooperative, in quanto sanno che ove mancassero le risorse per onorare i loro credito, i soci dovranno fare automaticamente un sacrificio. In questo senso la cooperativa funziona al contrario di una azienda: i soldi sono automaticamente prelevati attraverso la liquidazione dei conferimenti, mentre nelle aziende i soldi restano a meno che non siano prelevati dai soci attraverso la distribuzione di dividendi.

Non ci si ferma qui. Se le cooperative, come nel caso italiano, diventano un attore significativo nel mercato, possono in qualche modo influenzarne il funzionamento. Una cooperativa ha per definizione l’obiettivo di vendere quello che i soci apportano. Siccome non guadagna e non perde, potrebbe essere disposta a vendere i propri prodotti a dei prezzi piu’ bassi, pur di venderli. Nelle cooperative il concetto del “sottocosto” e’ difficile da definire, dato che la valvola di sicurezza della liquidazione dei conferimenti ne rende il confine molto labile. In questo modo, una cooperativa forte che opera con una logica di massimizzazione dei volumi puo’ distorcere l’assetto competitivo di un mercato, e quindi danneggiare gli attori del mercato che operano con una logica incentrata sulla massimizzazione del ritorno per i propri azionisti.

Passiamo in rassegna qualche numero per renderci conto delle dimensioni del fenomeno. La maggiore cooperativa italiana nel segmento del vino di alta qualita’ (GIV) fatturava nel 2008 quasi il doppio del principale operatore nel mercato privato (Antinori) ma aveva generato un valore aggiunto di meno della meta’ e un utile operativo dieci volte piu’ basso. Secondo lo studio pubblicato da Mediobanca relativo ai dati aggregati delle principali aziende vinicole italiane (97, tutte quelle con oltre 20 milioni di fatturato nel 2007), le aziende private avevano un margine operativo dell’8.6% sulle vendite, contro il 2.2% delle cooperative. Il calcolo e’ presto fatto. Nel 2007 le cooperative che fanno parte di questo campione hanno fatturato 1.6 miliardi di euro. Il 6.4% di 1.6 miliardi e’ 100 milioni. Cento milioni di euro nel 2007, 90 milioni nel 2006, 80 nel 2005, 60 nel 2004 e altrettanti nel 2003.

Badate bene, non sono soldi persi, sono soldi che sono andati nelle tasche dei soci delle cooperative e che, ove il margine delle cooperative fosse uguale a quello delle altre aziende, non e’ rimasto nelle aziende, almeno in parte. 400 milioni in 5 anni sono molti e avrebbero consentito un piu’ efficace consolidamento del settore (aziende che comprano altre aziende per diventare piu’ grandi). Ma non solo: sono anche soldi che sarebbero stati utili per effettuare investimenti, che magari sono stati fatti utilizzando il credito bancario; infatti, il bilancio “aggregato” di questo campione di cooperative ha un indebitamento a fine 2007 di 754 milioni di euro. Con quei 400 milioni starebbe stato meno della meta’. E’ scritto in questi numeri che negli ultimi 5 anni le cooperative hanno investito il 6.3% del loro fatturato, contro il 7.5% delle aziende pprivate del medesimo campione.

Sarebbe bello fare un passo in avanti. Separare lo scopo mutualistico delle cooperative con quello di lucro delle aziende commerciali. Qualcuno ha cominciato a fare qualche passo in questa direzione (Mezzacorona-Nosio), ma non basta. E’ necessario che il rapporto tra le cooperative-fornitori e i loro rami commerciali o produttivi siano incentrati il piu’ possibile su condizioni di mercato. Devono gradualmente diventare accordi di lungo termine per l’acquisto di vini/uve le cui condizioni economiche siano dettate dal mercato, senza distorsioni. Cosi’ le nuove ex cooperative possono diventare aziende vere, che puntano a massimizzare il ritorno sul capitale dei loro azionisti, cioe’ le cooperative che raccolgono i viticoltori con il loro patrimonio fondiario.

Si perdono soldi? Proprio no. Si generano in modo diverso, attraverso la distribuzione degli utili e la rivalutazione del capitale delle aziende. E probabilmente alla fine, se ben gestite, forse di soldi se ne farebbere anche di piu’: il divario tra la reputazione del vino italiano (eccellente) e la presenza di aziende che competono a livello globale (irrisoria) e’ ancora troppo grande.

Marco Baccaglio

Caviro – risultati e analisi di bilancio 2009

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Sono colpevole di pubblicare con grave ritardo la recensione del bilancio Caviro, che giace nel mio PC da ormai 2 mesi. E’ una di quelle cose che immaginavo di aver fatto, ma lo immaginavo… Comunque, CAVIRO ha chiuso il 2009 con un calo delle vendite di circa l’11%, mostrando una tenuta nel settore vino rispetto ad un calo significativo della distilleria. In questo contesto difficile pero’ l’azienda ha continuato la sua strategia: gli obiettivi di crescita nei mercati esteri sono immutate, l’azienda ha portato avanti i suoi investimenti (anzi, nel 2009 ha investito molto piu’ che nei due anni precedenti) e tra i costi sono stati mantenuti immutati gli sforzi commerciali (promozioni e pubblicita’) cercando di contenere gli altri costi. Ne risulta un bilancio in pareggio, ma con un utile di consolidato di circa 2 milioni, e con una liquidazione dei vini apportati dai soci in calo del 10% circa ma molto meno di quanto e’ successo nel mercato (-20%). Caviro e’ anche riuscita a mettere ordine dal punto di vista finanziario: il capitale circolante migliora, con un calo significativo delle scorte di prodotti finiti e quindi il debito scende da 81 milioni a 77 milioni. Le attese sul 2010 non sono particolarmente allettanti per la divisione vino, dove CAVIRO si aspetta un calo dei consumi in Italia simile al 2009 e un approccio aggressivo delle private labels. Piu’ spazio sembra esserci all’estero, dove il budget aziendale prevede una crescita delle vendite superiore al 10%.



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Cooperative contro aziende vinicole – indicatori di bilancio – Mediobanca 2010

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Dedichiamo un post come lo scorso anno al confronto tra cooperative e aziende vinicole, nell’ambito della ricerca Mediobanca. Cio’ e’ importante per capire come si sta muovendo l’industria vinicola italiana e quali sono le prospettive: infatti, le cooperative hanno obiettivi diversi a quelli delle aziende, il loro scopo non e’ il ritorno sul capitale investito ma bensi’ la massimizzazione dei benefici per i soci fornitori: voi direte, e’ la stessa cosa. Io vi dico: guardate questi numeri e comprendete come le cose non stanno in questo modo. Da questa analisi traiamo le seguenti conclusioni: (1) le cooperative hanno avuto risultati molto migliori delle aziende nel 2008 perche’ non hanno subito alcun impatto dall’aumento dei costi delle uve e del vino (pagano quello che “possono” non quello che “devono”); (2) la performance commerciale e’ stata equivalente, ma nel caso delle cooperative e’ stata raggiunta con un buon andamento in Italia, mentre all’estero le cooperative mostrano una crescente difficolta’ a svilupparsi; (3) il debito/MOL delle cooperative e’ stabile rispetto al peggioramento delle aziende, che pero’ e’ originato dal calo degli utili; (4) il debito delle cooperative cresce anche di piu’ di quello delle aziende vinicole, a causa di una peggiore gestione del capitale circolante (esposizione al mercato italiano?); (5) nel corso degli ultimi anni e’ evidente che le cooperative investono di meno ma rappresentano una fetta sempre piu’ significativo del debito del mondo del vino: la loro gestione mostra segni di deterioramento rispetto alle aziende vinicole.



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Mezzacorona – risultati e analisi bilancio 2008/09

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Commentiamo oggi i risultati del bilancio 2008-09 di Mezzacorona, la cooperativa controllante di Nosio. Cominciamo con il dire che trattandosi di una cooperativa, il bilancio chiude in pareggio per quanto riguarda la capogruppo, che pero’ consolida gli utili delle controllate commerciali. I grafici che trovate nel post sono relativi al bilancio consolidato. La cooperativa ha messo a segno un 2009 molto buono dal punto di vista commerciale rispetto alle aziende che abbiamo visti sinora, con un fatturato in crescita del 5%. I margini sono tuttavia calati, sia guardandoli dal punto di vista dei risultati ottenuti (MOL -10% in valore assoluto) che dal punto di vista del valore attribuito ai conferimenti dalla capogruppo: il prezzo di 103 euro al quintale di uva e’ in calo dell’11%, ormai il 18% sotto il valore di picco di 125 euro del 2007. La struttura finanziaria si mantiene equilibrata: il calo della generazione di cassa e’ stato compensato da una maggiore dilazione dei pagamenti ai soci conferenti, lasciando a Mezzacorona la possibilita’ di perseguire il suo piano di investimenti (EUR17m). Le previsioni sul 2009/2010 sono tuttavia piuttosto buie, dato il trend calante delle quotazioni del vino sfuso e l’incremento della competizione, che costringeranno Mezzacorona a combattere per mantenere le quote di mercato.



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Terre da Vino – dati di bilancio 2001-2008

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Sperando che siate sopravvissuti all’abbuffata natalizia, vi propongo oggi un’analisi del bilancio di Terre da Vino. I dati sono ricavati da un database, quindi non e’ possibile trovare spiegazioni ai numeri o suddivisioni del fatturato per prodotto e neppure i dati chiave relativi alle cooperative. Possiamo pero’ avere un’idea piuttosto chiara di questa azienda (che e’ una tra quelle che ha ignorato le mie richieste di ricevere il bilancio). (1) Terre da Vino e’ stata protagonista di una crescita costante negli ultimi anni, che sembra essersi interrotta soltanto nel 2007 intorno alla soglia dei EUR20m di vendite; (2) la cooperativa ha gradualmente ridotto i margini nel corso del tempo, probabilmente per migliorare il ritorno dei suoi fornitori-azionisti; (3) nonostante questo ha mantenuto un rapporto tra debito e patrimonio netto abbastanza equilibrato, anche se aiutato nel 2008 da una rivalutazione degli attivi fissi per EUR1m; (4) come ha fatto? Non abbiamo dati sugli investimenti ma solo sugli ammortamenti. Dato che gli ammortamenti hanno raggiunto il picco nel 2002, possiamo desumere che Terre da Vino abbia completato un significativo piano di investimenti in quell’anno e che successivamente abbia gradualmente ridotto la porzione di cassa mantenuta in azienda per incrementare quella per i soci-fornitori. Ma gli investimenti sono ripresi nel 2008…


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