Mercati e consumo


La classifica dei marchi industriali del vino – The Power 100 drink brands 2014

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La classifica Power100 brands è in questo post spaccata in diversi modi possibili. L’aggiornamento 2014 vede salire in termini relativi, la posizione degli Champagne, che occupano tutte le prime posizioni della classifica della percezione del marchio, mentre Gallo il leader scende al terzo posto, dato che il suo punteggio viene diviso tra il brand Gallo e “Barefoot”, prima incluso nel primo. Ma il punto importante di oggi non è tanto la classifica, quanto una considerazione generale che esce guardando i numeri in aggregato e lavorandoli: i signori che fanno Power100 stanno valutando delle prospettive di crescita meno positive per TUTTI i primi 100 marchi. I vini sono passati da essere “con prospettive migliori della media” a “prospettive peggiori della media”, mentre gli Champagne si mantengono su un livello prospettico di crescita superiore alla media. Certamente, i marchi con migliori prospettive di crescita sono quelli legati alla Vodka e al Whisky. Per quanto riguarda la classifica dei marchi di vino e Champagne, troneggia Moet & Chandon ma con una posizione in costante deterioramento… andiamo a commentare i risultati insieme.

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Costi e margini dell’industria vinicola – aggiornamento settembre 2014

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L’andamento degli indicatori pubblicati da ISMEA nel terzo trimestre sono in un certo senso divergenti. Da una parte, la struttura dei costi delle imprese vinicole continua a beneficiare del calo dei costi della materia prima e, finalmente, di quello dei mezzi di produzione (leggi legati al prezzo del petrolio), con la contemporanea tenuta dei prezzi. Dall’altra, la fiducia cala, presumibilmente per via dell’annata difficile che ci si appresta ad affrontare. Come vedrete dai grafici del post, (1) il prezzo dei vini comuni, in proporzione, è rientrato nella norma avendo un valore indice ora molto simile a quelle dei vini di qualità; (2) i margini unitari del settore restano su livelli sostenuti, con il continuo graduale riassorbimento del vantaggio che aveva accumulato la “fase agricola” rispetto alla fase industriale. Buona lettura.

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Vendite al dettaglio di vino in Italia – aggiornamento settembre 2014

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Non è certo una novità che l’estate non è andata bene in Italia. I giornali ci stanno tempestando di cattive notizie e pessimismo (che non condivido nella maniera più assoluta, ma questa non è la sede per discuterne) relativamente all’andamento dell’economia e a quanto siano stati negativi i dati di vendite, produzione e via dicendo dell’estate. Il meteo non ha poi aiutato quel consumo di prodotti tipicamente estivi come le bevande fresche, e nel nostro caso i vini bianchi e spumanti da aperitivo. A ciò dovete aggiungere che i dati che analizziamo oggi si confrontano con un andamento nel terzo trimestre 2013 piuttosto interessante (+4%, il miglior trimestre dell’anno). Il preambolo per dirvi che se le vendite al dettaglio di vino nella GDO (incluse nel rapporto ISMEA e fornite da IRI) sono state stabili, a fronte di un leggero calo dei volumi, non ci si deve certamente lamentare. Le premesse per andare peggio erano tutte sul tabolo. Nel dettaglio, questo zero è fatto da un dato positivo dei vini di qualità (+3%) e degli spumanti (+5%, tenendo conto che i due terzi del segmento sono fatti dal metodo Charmat, leggi Prosecco e Asti), contro un calo del 4% dei vini IGT e del 3% dei vini comuni. Per chi ha voglia, discutiamo qualche dettaglio in più qui sotto.

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La tassazione del vino e delle bevande alcoliche nel mondo – working paper AAWE

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La tassazione applicata alle bevande alcoliche è da sempre fonte di discussione. Da un lato, l’alcol deve essere tassato in quanto determina costi sociali (peggiora la salute delle persone, o comunque in qualunque quantità e modalità sia assunto non la migliora!). Dall’altro, esistono differenti tipi di bevande alcoliche, quelle con alto contenuto alcolico “per processo produttivo intrinseco” direi, quelle con alto contenuto alcolico perchè aggiunto (come i vermouth, i liquori o gli aperitivi classici) e poi c’è il vino e la birra, dove il contenuto alcolico è moderato e naturale. Il fisco ha tipicamente affrontato l’argomento con una tassazione basata sull’alcol, quindi incidendo di più sui costi al litro delle bevande superalcoliche e di quelle con un basso prezzo, oltre alla tipica tassazione del consumo (IVA in Italia). Lo studio di AAWE che presentiamo oggi fa una carrellata delle diverse situazioni nazionali, certamente con degli errori (le accise sull’alcol in Italia sono state appena introdotte anche per il vino, ma qui non sono rilevate) ed è interessante rilevare i diversi approcci: i grandi produttori di vino tassano poco il vino (Francia, Italia e via dicendo), ad eccezione dell’Australia. I paesi nordici fanno il contrario, con una tassazione che però penalizza i vini di scarsa qualità. In generale, possiamo dire che tra il 2012 e il 2014 la tassazione media si è alzata per tutte le categorie di bevande alcoliche: i vini di bassa qualità e i superalcolici sembrano essere i più colpiti: la media tassazione del vino in questi paesi è del 42%, il 64% del valore pretasse per i vini comuni e il 27% per il vino superpremium. Buona lettura.

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La spesa per consumo di vino in Italia – aggiornamento ISTAT 2013

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I dati rilasciati a fine agosto da ISTAT sulla spesa delle famiglie italiane dicono che la spesa per acquistare vino nel 2013 è tornata sotto il livello del 2009, con un calo del 5% circa rispetto al 2012. Il dato si confronta con una riduzione della spesa totale del 2.5%, di cui la parte alimentare (nel quale il vino è ricompreso) scende dell’1.6%. Sono dati un po’ contrastanti con quelli delle vendite al dettaglio di vino nella GDO, che ricordo essere cresciute del 3.6% nel 2013, lasciando immaginare che la quota di mercato delle grandi catene distributive sia cresciuta in un mercato in calo. Va detto che i dati non sono pienamente confrontabili (i dati di cui parliamo oggi sono frutto di indagini telefoniche, quelli della GDO sono la somma “vera” delle vendite di vino), ma comunque esiste storicamente una certa coerenza tra i due dati. La conclusione relativa a questi dati non è dunque buona, ma i numeri vanno inseriti in un contesto di consumi calanti, considerando la funzione sempre più “voluttuaria” e meno “nutrizionale” del vino: per esempio, gli acquisti mensili di birra sono scesi del 5.3% secondo ISTAT, pur a partire dal loro massimo storico toccato nel 2012. Infine, leggere per credere: tristemente l’Italia è un paese per vecchi. Passiamo ai numeri.
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