Delegat ha chiuso il 2025/26 con risultati che eccedono le promesse fatte lo scorso anno, soprattutto in termini di utile netto, che ha superato i 61 milioni di dollari neozelandesi rispetto alle indicazioni di 50-55, mentre i volumi di vendita di 3.3 milioni di casse sono stati esattamente allineati alle indicazioni. A onor del vero, bisogna dire che, dopo un 2024/25 negativo, gli obiettivi erano stati fortemente ridimensionati, ma soprattutto che le indicazioni per il 2026/27 di un utile tra i 62 e i 66 milioni (ossia tra stabile e +7%) non sono eccitanti. Infine, dopo un anno di forte contrazione degli investimenti (21 milioni contro i 26 indicati un anno fa e i 60 del 2024/25), nel 2026/27 si prevede una ripresa a 34 milioni già approvati dal consiglio, pur su livelli più contenuti rispetto al passato. Le previsioni di raggiungere 3.6 milioni di casse nel 2029 (100mila in più all’anno) sono state confermate, con 3.4 milioni di casse attese nel 2026/27.
Il titolo in borsa ha avuto un anno senza infamia e senza lode (-1% nei 12 mesi terminati il 19 settembre), anche includendo il rimbalzo di circa il 5% nell’ultimo mese grazie a questi dati. Ai prezzi correnti la capitalizzazione è di circa 460 milioni di dollari neozelandesi, ossia 7.5 volte l’utile rettificato e 5.5 volte l’EBITDA includendo il debito finanziario, con un rendimento del dividendo del 4.8%: multipli che continuano a scontare una crescita modesta e un bilancio ancora impegnativo.
Passiamo a un commento più dettagliato dei numeri.
La crisi di Maison Pommery & Associés (ex Vranken-Pommery Monopole) è culminata durante l’estate con la negoziazione in esclusiva per la vendita dell’azienda a Henkell Freixenet, che non si è concretizzata. In realtà, dopo la vendita della società proprietaria del marchio Heidsieck & Co Monopole a Lanson per 50 milioni di euro e una dolorosa revisione al rialzo del livello di indebitamento di 54 milioni (la cessione di crediti non era in realtà “pro soluto” e i crediti sono rientrati in bilancio), l’azienda è riuscita a ottenere un rifinanziamento fino al 19 giugno 2027, che potrebbe prorogarsi di un anno, per operare in continuità. In cambio ha dovuto promettere dismissioni di attività non strategiche per circa 100 milioni di euro e una riduzione delle scorte di altri 100 milioni tra il 2027 e il 2030. La revisione al ribasso delle rese produttive nella Champagne del 2025 potrebbe in questo senso aiutare l’azienda…
Per intenderci, la crisi di Maison Pommery è soprattutto finanziaria, anche se la base operativa si è assottigliata. I dati 2025 che presentiamo qui sono fortemente influenzati dalla plusvalenza sulla dismissione, quindi non considerate l’utile netto di 32 milioni perché ne ha dentro 44 di straordinari. I numeri da guardare sono piuttosto quelli del primo semestre, pur non molto importante dal punto di vista stagionale, dove trovate un calo delle vendite (Heidsieck è uscita, altrimenti le vendite sarebbero cresciute leggermente) e una perdita netta di 4 milioni pur con un utile operativo di 11: sono gli oneri finanziari sugli oltre 700 milioni di euro di debito a pesare.
Passiamo a un commento dettagliato dei numeri. Per il confronto con gli esercizi precedenti trovate qui le nostre analisi del bilancio 2024 e del primo semestre 2025.
I dati semestrali di Concha y Toro che commentiamo oggi sono senz’altro negativi (link), con vendite in calo del 6%, un utile netto sceso del 14% e una leva finanziaria salita da 2.6x a 3.1x l’EBITDA. Contengono però una serie di dettagli che li rendono un po’ meno deludenti: anzitutto, come potete vedere dal grafico nel post, direttamente preso dal comunicato, il secondo trimestre è stato meno peggio del primo (e nel quarto trimestre il confronto sarà semplificato dagli oneri straordinari dell’anno scorso, pari a 8 miliardi di peso). In secondo luogo, è vero che i margini calano, ma si tratta di un minore assorbimento dei costi fissi: il margine industriale non solo resta saldamente a ridosso del 40%, ma migliora rispetto all’anno scorso. Infine, il debito sale ma nel semestre ci sono stati anche investimenti “particolari”, come l’acquisto del 65% di Mirabeau in Francia (prezzo complessivo di circa 22 miliardi di peso, ossia 21 milioni di euro, di cui 15 già pagati alla firma) e il riacquisto di azioni proprie (27 miliardi di peso, pari al 3.9% del capitale).
I dettagli scarseggiano un po’ ma ci sarà molta più chiarezza il 16 ottobre, quando Concha y Toro terrà il suo Investor Day. E infatti, come potete apprezzare dal grafico del prezzo di borsa all’interno del post (tratto da Investing.com), il declino degli ultimi 2-3 anni sembra essersi attenuato.
Per ora soffermiamoci sui numeri, che analizzeremo nel dettaglio nel resto del post.
Italian Wine Brands chiude il primo semestre 2026 con vendite in calo del 5.3% a 175 milioni di euro, un EBITDA rettificato di 19.1 milioni (-13%, con il margine sceso dall’11.8% al 10.9%) e un utile netto di 7.9 milioni (-24%). Il debito netto cala di 9 milioni rispetto a un anno fa (1.8x l’EBITDA), ma cresce di circa 24 milioni rispetto a fine anno non soltanto per il consueto pagamento del dividendo (5 milioni quest’anno), ma anche per un forte per un forte assorbimento di capitale circolante dovuto alla politica commercial dei IWB di pagare i fornitori in anticipo per ottenere migliori termini di acquisto.
Per il 2026 la società indica un utile netto in crescita sul 2025. Questa indicazione non viene tanto da un’attesa di un EBITDA più elevato dell’anno scorso nel secondo semestre, ma soprattutto dai costi sotto l’utile operativo e include anche gli oneri non ricorrenti (piuttosto elevati nella seconda metà del 2025), lasciando intendere che si tratta probabilmente un riferimento ai 17 milioni del 2025 e non ai 26 milioni fornito come utile aggiustato.
Nelle attuali condizioni di mercato, IWB ha anche dichiarato che potrebbero emergere nuove opportunità di acquisizione, oltre a continuare la politica dei pagamenti anticipati ai fornitori per sostenere il margine lordo.
Il titolo in borsa era a 17.3 euro il 18 settembre, in calo del 23% negli ultimi dodici mesi, per una capitalizzazione di circa 160 milioni.
Passiamo a un commento più dettagliato nel resto del post.
Un semestre in calo
Dopo un 2025 chiuso quasi in linea con il record del 2024, il primo semestre 2026 di IWB mostra un calo più evidente. A differenza di un anno fa, quando la riduzione dei costi aveva compensato interamente i minori ricavi lasciando l’EBITDA stabile, questa volta i risparmi su materie prime e servizi non bastano: i 10 milioni di vendite perse (circa 4 milioni dal distance selling, 3.4 da prezzi più bassi e 2.2 da minori volumi) si traducono in 2.8 milioni di EBITDA in meno. I volumi complessivi scendono del 2.5% a 72.8 milioni di bottiglie e il ricavo medio per bottiglia passa da 2.48 a 2.41 euro (-2.8%).
La parte positiva del semestre è concentrata nei Top Brands (Grande Alberone, Raphael Dal Bo, Voga e gli altri marchi di proprietà), cresciuti del 6.6% in valore e dell’8.6% in volume con un margine diretto salito al 50.3%. Pesano però circa il 19% dei ricavi B2B: con un calcolo approssimato, il resto del business B2B scende intorno al 6%.
Vendite per divisione e per mercato
Le vendite wholesale scendono del 2.6% a 127.2 milioni con volumi stabili (+0.1% a 52.5 milioni di bottiglie): il calo è tutto nel prezzo medio, sceso del 2.7% a 2.42 euro a bottiglia, che la società descrive come un ritorno dei listini verso livelli pre-inflazione, compensato in termini di margine dai minori costi di produzione. Il distance selling perde il 16.2% a 20.5 milioni (-15.9% le bottiglie), con il teleselling in calo del 27% in Italia e del 35% all’estero e la componente digitale sostanzialmente stabile in Italia (-2.2%). L’Ho.Re.Ca., che negli ultimi semestri era stato il canale più dinamico, scende dell’8.2% a 27.6 milioni (-6% i volumi): Regno Unito -9% a 15.7 milioni, USA -25% a 3 milioni, mentre l’Italia cresce del 43% ma su una base ancora piccola (1.8 milioni).
Per mercati (per la parte wholesale e Ho.Re.Ca. dato che il distance selling non è dettagliato), il Regno Unito resta il primo con 40.7 milioni (-4%, 23% delle vendite totali). Calano in modo più marcato la Germania (-13% a 15.1 milioni) e gli USA (-14.6% a 13.4 milioni, ormai solo il 7.6% del fatturato), più contenuta la flessione della Svizzera (-3.6% a 16.2 milioni). L’Italia nel complesso è quasi stabile a 31.3 milioni (-1.6%): la crescita del B2B (+4.9% a 23.6 milioni, con i primi tre accordi con catene della GDO) compensa in buona parte il calo del distance selling. Crescono i mercati minori, con la voce “altri paesi” del wholesale a +9.6% a 14.1 milioni.
Italian Wine Brands – ricavi B2B (wholesale + Ho.Re.Ca.) per mercato, milioni di euro
Mercato
H1 2025
H1 2026
Var.
Quota B2B
Regno Unito
42.4
40.7
-4.0%
26.3%
Italia
22.5
23.6
+4.9%
15.2%
Svizzera
16.8
16.2
-3.6%
10.5%
Germania
17.4
15.1
-13.2%
9.8%
USA
15.7
13.4
-14.6%
8.7%
Paesi Bassi
4.1
4.4
+7.3%
2.8%
Polonia
5.7
4.7
-17.5%
3.0%
Canada
3.8
3.6
-5.3%
2.3%
Altri paesi
32.2
33.1
+2.8%
21.4%
Totale B2B
160.6
154.8
-3.6%
100.0%
Fonte: elaborazione su dati Italian Wine Brands (presentazione risultati primo semestre 2026, appendice). Escluso il distance selling, non disponibile per paese.
I risparmi sulle materie prime non compensano i minori ricavi
Sul fronte dei costi, le materie prime consumate scendono del 5.1% a 114.6 milioni, con un’incidenza sui ricavi stabile al 64.8% grazie soprattutto al vetro (-6%); il margine lordo cala così di 3.6 milioni a 62.3 milioni (-5.4%). I costi per servizi scendono del 5.3% a 28.8 milioni nonostante il raddoppio degli investimenti in marketing, finanziato dai risparmi nel canale B2C, mentre il personale cresce del 6.1% a 13.9 milioni (rafforzamento della struttura commerciale e rinnovo contrattuale). Per segmento, l’EBITDA del B2B scende da 22.2 a 19.3 milioni (margine dal 13.4% al 12.5%), quello del B2C resta vicino al pareggio (0.2 milioni).
Sotto l’EBITDA, ammortamenti in leggero calo (4.6 milioni), svalutazioni salite da 0.1 a 0.4 milioni (crediti del B2C di Giordano) e oneri non ricorrenti per 0.8 milioni (dazi sulle scorte di fine 2025 e costi legati alla chiusura del sito di Valle Talloria). L’utile operativo rettificato scende del 17% a 14.2 milioni (margine dal 9.2% all’8.1%), quello riportato del 17.6% a 13.3 milioni. Oneri finanziari in lieve aumento (2.45 milioni, per il maggior costo del factoring) e tax rate salito dal 25.7% al 27.8% portano l’utile netto a 7.9 milioni (-23.9%) e quello rettificato a 8.4 milioni (-23.1%).
Debito in crescita per via del capitale circolante
A livello finanziario, il capitale circolante netto sale a 16.6 milioni dagli 8.2 di giugno 2025: rispetto a fine anno il magazzino cresce di 11.8 milioni a 78.8 milioni e i debiti verso fornitori calano di 16.2 milioni. Con investimenti in aumento a 4.9 milioni (+34%, automazione delle linee di Calmasino), il free cash flow del semestre è negativo per 17.8 milioni, a cui si aggiungono 5.3 milioni tra dividendi (4.7 milioni, la metà dell’anno scorso) e azioni proprie, 3.7 milioni di prezzo differito su acquisizioni e 2.5 milioni di oneri finanziari.
Il debito netto senza IFRS16 sale così a 72.3 milioni (circa 47 a fine 2025, 78 a giugno 2025) e a 81.8 milioni includendo i leasing. Su base annua la società calcola una generazione di cassa di 14 milioni prima di dividendi e buyback, che salirebbero a circa 23 aggiungendo gli anticipi ai fornitori. Da segnalare che il prestito obbligazionario è ora classificato tra i debiti a breve (131 milioni di debiti finanziari correnti): il rifinanziamento, come indica la stessa società, è il prossimo passaggio rilevante.
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L’esercizio chiuso a giugno 2026 si chiude con un utile operativo di 492 milioni di dollari australiani, -36% sul 2024/25 ma sopra la forchetta di 480-490 milioni indicata a giugno. Il quadro è quello che il primo semestre lasciava prevedere, con un secondo semestre leggermente meno brutto. Le vendite scendono da 2938 a 2561 milioni di dollari australiani (-12.8%, -11.2% a cambi costanti), i volumi da 21.3 a 19.2 milioni di casse da 9 litri (-10%) e il prezzo medio per cassa da 138.1 a 133.6 dollari (-3%). Il margine lordo cala di 2.9 punti al 45.7%, mentre i costi di struttura salgono in valore assoluto (da 658 a 678 milioni) su un fatturato in calo: il rapporto sulle vendite passa dal 22.4% al 26.5%. È da qui che arriva la maggior parte della perdita di redditività, con il margine EBITS che scende dal 26.2% al 19.2%.
Depurando svalutazioni e oneri non ricorrenti, l’utile netto rettificato è di 275 milioni contro 471 (-41%), Il dato contabile è invece una perdita di 1,079 milioni, contro un utile di 437 milioni l’anno prima.
Il titolo ha reagito bene all’annuncio del 13 agosto, chiudendo in rialzo di oltre il 4%: il mercato aveva evidentemente già scontato le svalutazioni e ha letto positivamente sia l’EBITS sopra la guidance sia la leva finanziaria indicata al di sotto di quanto anticipato all’Investor Day di giugno. Resta comunque un titolo che vale circa un quarto in meno rispetto a dodici mesi fa.
Andiamo nel dettaglio con grafici e tabelle nel resto del post.
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