Costi di produzione


Costi e margini dell’industria del vino – primo semestre 2010

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La previsione fatta a maggio commentando i dati del primo trimestre di ISMEA relativamente ai margini in calo si e’ dimostrata corretta: le materie prime hanno smesso di scendere, il costo dei mezzi di produzione continua leggermente a calare e i prezzi di vendita si stanno ancora, seppur marginalmente, deteriorando. Detto che i margini restano molto interessanti, e’ difficile che il 2010 si presenti migliore del 2009 da questo punto di vista. Intanto, il clima di fiducia del settore vinicolo e’ in continuo graduale miglioramento, con un indice di +5.7 rispetto allo 0 del primo trimestre: il primo valore positivo da Settembre 2008 a questa parte. La conclusione e’ la stessa di tre mesi fa: i grandi sistemi mondiali si stanno trascinando a riliento, i prezzi della materia prima vino sembrano essere poco mossi e cosi’ accade anche per le materie prime petrolifere (che non sono oggetto delle recenti turbolenze di alcune materie prime alimentari); il mondo del vino e’ in mano all’andamento della prima linea, cioe’ del fatturato. Se dal punto di vista delle esportazioni le cose vanno bene, invece il mercato domestico continua a destare preoccupazioni.



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Costi e margini dell’industria del vino – primo trimestre 2010

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Gli indicatori dell’attivita’ del settore vino appena pubblicati da ISMEA portano alcune buone e alcune cattive notizie, unite a un umore in netto miglioramento: ora coloro che dicono che le cose miglioreranno sono in egual numero degli scettici. Tra le novita’ positive c’e’ senza dubbio quella dei margini. Anche nel Q1-2010 i margini sono rimasti molto elevati, come combinazione di una stabilita’ dei prezzi delle materie prime rispetto al trimestre precedente (e comunque in calo del 5.5% rispetto allo scorso anno) e a una leggerissima ripresa del costo dei mezzi produttivi (leggi ripresa del prezzo del petrolio).


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I costi di impianto e di produzione della vigna – studio Un. California 2009

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COSTI AZIENDA VINICOLA 1

Il testo completo dello studio e’ reperibile sul sito della UCDavis a questo link.

Il post di oggi va in una categoria molto seguita dai lettori del blog, che e’ quella dei costi di produzione del vino. Su questo argomento ho la sensazione che la suddetta universita’ americana sia una specie di oracolo in materia. Troverete sul sito una ampiezza di studi sia per localizzazione dell’azienda agricola potenziale che per periodo (il primo studio risale al 1938!!!, foglio scritto a macchina tradotto in PDF). Inoltre affrontano l’argomento costo di produzione sia considerando quanto costa mettere in piedi l’azienda (in questo caso di 35 acri, di cui 30 di vigneto ripiantato) quanto costa produrre uva dopo 3 anni, come cambia il costo in base alla resa produttiva e quanto puo’ essere il ritorno economico di tutta l’operazione. Cosa si conclude? Beh, di novita’ non ce ne sono. Lo studio ci dice quanto segue: (1) che i costi di mettere in piedi un’azienda vinicola, piantare il terreno e via dicendo sono molto rilevanti, circa ; (2) che il ritorno sull’investimento si vede dopo piu’ di 3 anni, quando la vigna comincia a produrre; (3) che il ritorno non e’ comunque molto elevato, perche’ il costo della terra impatta in modo molto significativo.


COSTI AZIENDA VINICOLA 2
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La sovrapproduzione di vino in Australia: situazione, strategia e scenari

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Nota: i grafici di questo post sono presi direttamente dallo studio e sono costruiti su dati di Australian Wine and Brandy Corporatoin (AWBC). Il testo del comunicato stampa e del materiale a supporto sono qui (1 e 2)


PROBLEMA AUSTRALIA VINO 1

Le associazioni che rappresentano il settore viticolo in Australia hanno appena emesso un documento tanto interessante quanto preccupante, che si occupa del grave problema della sovrapproduzione di vino in Australia. I nostri amici australiani hanno fatto un paio di calcoli e hanno stabilito che: (1) in Australia ci sono 100 milioni di casse di vino in eccesso che diventeranno 200 milioni in 3 anni; (2) non ci sono siccita’ o calamita’ naturali che tengono (o meglio, possono “aiutare” ma non per oltre il 10% della sovrapproduzione, quindi poco e niente); (3) anche ipotizzando degli obiettivi di vendita ambiziosi non si riuscirebbe a elimininare che il 25% del surplus; (4) una porzione molto significativa dell’industria viticola australiana oggi non sta economicamente in piedi (e i tentativi di vendere l’attivita’ da parte di Foster’s piuttosto che la ristrutturazione di Constellation Brands non fanno che dimostrarlo); (5) infine, che il problema va affrontato sia lato domanda (rinvigorire i consumi domestici, che come vedete dal grafico allegato sono in calo da ormai due anni, da 4.4m/hl a 4.26m/hl mentre invece i consumi di vini esteri stanno esplodendo e superano 0.6m/hl) che lato offerta (tagliare la produzione di uva di media qualita’). I problemi sono poi amplificati da una serie di storture del mercato, quali i contratti di fornitura con prezzi fissi a lungo termine, la domanda di vino sfuso per la produzione delle private labels, il fatto che le cantine sono gia’ state fatte (“sunk cost”) e non sono riciclabili per fare altre cose, quindi tanto vale produrre vino anche se non si guadagna e (cosa gia’ vista in Oregon) la presenza di produttori che “tanto non importa se non si guadagna” avendo altre attivita’ e profitti.


PROBLEMA AUSTRALIA VINO 2
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Effetto scala nelle aziende vinicole della Nuova Zelanda – dati 2007

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[English at the bottom of the article]
La Nuova Zelanda e’ come sapete un produttore di vino in forte crescita. Non solo. E’ anche molto organizzato: i produttori si associano e commissionano studi (che poi sono resi disponibili per il pubblico) come quello che commentiamo oggi: Deloitte ha sommato, scomposto, ricomposto i bilanci e i principali indicatori produttivi delle aziende locali, ricavandone uno studio interessantissimo, che consente di andare a fondo nella struttura dei costi e nel posizionamento di mercato delle diverse aziende, suddivise in base alla dimensione. Ma lo studio non si ferma qui: quali sono le priorita’ e le preoccupazioni dei produttori locali? Lo sapevate che i piccoli produttori sono principalmente preoccupati dell’andamento dei cambi e dei costi finanziari e burocratici, mentre le grandi aziende vedono come principale minaccia la scarsa o eccessiva disponibilita’ di materie prime e di personale specializzato? Beh, questo studio risponde a tutte queste domande.


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