I numeri della viticoltura biologica in Italia – aggiornamento 2009

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A partire dal 2009, in SINAB (sistema d’informazion nazionale sull’Agricoltura biologica) ha iniziato a produrre un rapporto un po’ piu’ sostanzioso. Sono cosi’ stati pubblicati i dati regionali sulla superficie trasformata o in trasformazione al biologico. A titolo generale, la viticoltura biologica ha avuto un periodo a cavallo del 2005-08 dove sono entrati in produzione diverse iniziative: gli ettari sono quindi cresciuti da circa 20mila fino ai 29532 del 2008. Nel 2009 per la prima volta da diversi anni, la superficie convertita e’ scesa leggermente (da 29500 a 27500 ettari). Dovrebbe essere un effetto temporaneo dato che gli ettari in conversione sono di nuovo in crescita (16206 rispetto ai 10-11000 degli anni precedenti). Se sommiamo le superfici gia’ convertite a quelle in conversione, arriviamo a 43614 ettari, cioe’ circa il 6.2% del totale nazionale (dato ISTAT 720390 ettari totali). Con tutte le notizie che si sentono su questi argomenti, il dato a me sembra particolarmente basso.



Quali sono le considerazioni principali che si possono fare? Diciamo che la viticoltura biologica si sta sviluppando soprattutto nel centro sud dell’Italia. Come potete ben vedere dai grafici, il 24% delle superfici biologiche sta in Sicilia, il 17% in Puglia. Poi ci sono le regioni del centro Italia con la Toscana al 12% del totale nazionale e l’8% nelle Marche e in Abruzzo.

Forse, piu’ che guardare i numeri in relazione al totale e’ interessante guardare al peso sulla superficie regionale. Spiccano cosi’ alcune regioni, come la Basilicata, dove 1421 ettari sono ben il 30% della superficie vitata totale, mentre nelle Marche i 3393 ettari dichiarati nel 2009 sono il 20% delle superfici vitate totali. Poi vengono la Calabria con il 12% delle superfici totali e l’Abruzzo con il 10%. In Toscana, dove la viticoltura italiana ha una delle sue zone di massima eccellenza, il 9% delle superfici sono gia’ biologiche o in fase di conversione.
Dove i numeri sono ancora bassi? Al Nord. Purtroppo non ci sono dati relativi agli anni scorsi (regionali). In Piemonte pero’ soltanto il 2% della superficie e’ biologica, cosi’ per Friuli Venezia Giulia e Veneto, ma anche per il Trentino.


Questo per dire che cosa? Che in questo momento la viticoltura biologica non sembra essere “il prossimo passo” sul sentiero della qualita’. Chi gia’ ha grande qualita’ come Piemonte o Trentino, o anche Veneto, non sta pensando alla viticoltura biologica. Piuttosto la viticoltura biologica sembrerebbe una “alternativa” per chi non e’ riuscito a imporsi in altra maniera sul mercato, un nuovo stemma per cercare di avere qualcosa in piu’. Resta la via di mezzo della Toscana, dove a grandi vini si associa una grande attenzione per questo fenomeno. Sarebbe veramente interessante conoscere l’opinione in merito di chi questa scelta l’ha fatta…

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  • Io l’ho fatta, e sono in Toscana. Sono al terzo anno di conversione (incluso questa vendemmia 2011). La scelta e’ stata fatta non perche’ non vendessi bene, grazie al cielo il vino l’ho sempre venduto tutto, ma per una serie di fattori che diro dopo. La struttura: ventidue ettari vitati in due corpi aziendali di proprieta’ + circa venti ettari in affitto che abbiamo messo pure in conversione. Abbiamo diversi vigneti in diverse zone, dal livello del mare all’alta collina. Senza dubbio il biologico comporta piu’ lavoro manuale e piu’ spese. In alcuni vigneti particolarmente vocati (in genere collina piu’ alta, terreni drenanti, ventilazione, buona gestione della chioma) e’ abbastanza facile la conduzione biologica, mentre in vigne meno vocate diventa molto difficile e costoso. I contributi, circa 600 euro ad ettaro se non sbaglio, aiutano a compensare parte delle spese maggiori, ma non tutto, specialmente se, come avviene in alcune vigne, si hanno perdite consistenti di uva.
    Le motivazioni: 1) c’e’ sicuramente piu’ attenzione da parte dei consumatori sul come si fa un prodotto e non solo sul risultato finale 2) l’agricoltura biologica obbliga a perseguire un sistema di coltivazione rigoroso dal punto di vista agronomico, che come risultato finale ha, credo, un innalzamento complessivo della qualita’ media. Ovvero, si possono fare meno errori, bisogna essere piu’ accorti nella gestione della vigna, delle potature, del verde, ecc, il che porta qualita’, oppure perdita di prodotto.
    I risultati: e’ difficile separare gli effetti di un solo fattore, visto che nel frattempo si e’ cambiato anche lo stile delle vinificazioni, ma il “sentimento” e’ positivo. Con questo non dico che non si possano raggiungere gli stessi risultati anche con agricoltura convenzionale, ma sicuramente si e’ meno motivati a lavorare tanto in vigna, essendo coperti dai fitofarmaci di sintesi.

  • Io credo che ci sia da aggiungere che al sud , oltre che per i motivi che tu giustamente citi, ci sia maggiore sviluppo di questa tecnica, anche per la “facilità” o minore difficoltà nel contenere le malattie e le malerbe rispetto al nord.

    Carlo

  • Il tema del biologico è molto sentito e numericamente (come io stesso prendo atto solo adesso) quasi trascurabile però eticamente molto rilevante.
    – nei succitati dati non sono incluse aziende che praticano bio senza certificazioni che sono sicuramente di più al nord per la maggior forza economica e di mercato delle denominazioni.
    – spesso il bio si accompagna ad un ripensamento globale delle tecniche di cantina e dà origine a prodotti diversi dagli standard organolettici correnti.
    – trovo svilente che si chiuda l’articolo con la solita semina di zizzania asserendo che il bio sia più uno strumento di marketing che una visione della vita e dell’agricoltura.
    mi chiedo perchè sia preferibile straabusare di chimica e di pubblicità e sia disdicevole convertirsi al bio per migliorarsi e perchè no aumentare le proprie vendite.
    Al nord ad esempio nel BAROLO DOCG pochi convertono perchè hanno paura di perdere la gallina dalle uova d’oro e la certezza di raccolti continui e abbondanti che finiscono in cantina (comprensibile come comportamento).
    Il discorso sul bio è molto complesso come tutte le dinamiche umane e i numeri ci danno una indicazione che è utile ma è ben lungi dalL’interpretare la realtà.
    il bio nella visione dei produttori è un modello di vita prima che produttivo e per i consumatori un tentativo di riscoperta di qualità organolettiche nuove e avulse dalle tecnoscienze omologanti e un tentativo di aVVICINAMENTO ALLA NATURALITà.

  • Caro Luigi,
    io ho buttato li’ la mia lettura perche’ mi accorgo che la xxxxxx biologica (e mettici tu davanti quello che vuoi) e’ una tendenza che attira molto i consumatori, perche’ anche io ne sono attratto.
    Che la questione “bio” sia dal punto di vista del marketing molto attraente mi pare ovvio, nel senso che aggiunge a qualsiasi prodotto una ragione per venderlo a un prezzo maggiore. Almeno in questo momento.

    Io non semino zizzania. Leggo i dati e vedo che in Piemonte di bio non ce n’e’. E francamente, se io fossi un produttore di Barolo di Serralunga che vende a 30 euro la bottiglia, di convertirmi al bio me ne guardo bene. Ci sarebbero piu’ rischi che opportunita’.
    Per cui ho scritto che il bio puo’ essere un accorgimento per attrarre attenzione su un prodotto che altrimenti non l’avrebbe. Quindi, al di la’ della qualita’ migliore del prodotto, anche uno strumento di marketing.

    Se ho svilito qualcuno me ne scuso sin d’ora, ma questo e’ quello che penso.

    bacca

  • Caro Marco,
    la mia è polemica sotto traccia, non intendevo darti colpe che ovviamente non hai e l’interpretazione dei numeri ti dà ragione.
    Quello che voglio sostenere è che c’è molta incomprensione da parte del pubblico più disattento sul bio.
    Semplificando c’è il rischio che grandi gruppi con grandi mezzi possano produrre con semplicità vini bio con grande penetrazione nei mercati GDO e grandi campagne pubblicitarie, svilendo il lavoro di medio-piccoli vigneron che uniscono ad una profonda territorialità, una coscienza agricolo-agronomica, la ricerca nel vigneto (c’è chi comincia a propagare per seme o impiantare vigneti franchi di piede), la ricerca in cantina con nuove (vecchie) tecniche enologiche, tutte attività che innalzano comunque i costi di produzione.
    Alcuni produttori bio malgrado gli sforzi profusi e rischi di perdita del prodotto, riescono e tenere prezzi commoventi in confronto agli industriali del vino.
    I vini poi sono più vivi e mutevoli. Alcuni campioni che ho assaggiato hanno resistito giorni aperti senza che il profilo aromatico decadesse, sembravano eterni ed erano costati non più di dieci euro.
    Quindi non vedo un abuso di posizione da parte dei bio che immettono sul mercato ottimi prodotti a prezzi allineati con i convenzionali.
    luigi
    ps
    ovviamente di furbetti ne è pieno il mondo e quello enologico non è escluso.

  • produttore bio da 10 annate
    Che ne penso?
    bene per i risultati,
    bene per la qualità,
    maluccio per il calo di rese (difficilmente evitabile se il VERO bio è praticato su terre ben vocate al viticolo, ossia poco fertili)
    malissimo per tutto ciò che riguarda pratiche/regione/tutela da parte delle istituzioni

    e di conseguenza, male per il lato commerciale.
    Sì, perché da un lato ci sono i fessi (come il sottoscritto) che hanno pazientemente cominciato un progetto bio da (quasi) pionieri: investendo, sperimentando, vincendo scommesse, ma a volte perdendo anche soldini.
    Sono quei fessi che sono andati a giro per il mondo per cercare di far capire cosa è bio, perché è bio, come è bio.Sono sempre quei fessi che hanno affrontato le prime barriere burocratiche, che hanno aiutato a “collaudare” e sveltire l’iter per le certificazioni e sulle cui terre si sono formati i tecnici e consulenti (formare=sbagliare=arrecare anche un danno economico).
    in cambio che cosa hanno ottenuto?
    eticamente belle soddisfazioni, ma per il resto…
    Vediamo:
    1) aiuti regione/stato/ue: pochi spicci all’inizio, oggi niente perché i dindi mancano e perché ci sono aziende vips (amiche di amici) che sono in conversione e quindi hanno straordinarie posizioni in graduatoria (un paio d’annetti fa il primo “vip” in graduatoria regionale, in conversione biodinamica si è pappato i 3/4 del budget regionale per il bio; il secondo e il terzo hanno avuto pochi spicci, agli altri trecento niente).
    2)immagine: qualche mesetto fa l’UE ha deciso di rinviare in data da destinarsi il progetto di legge per i vini bio (che prevedeva peraltro l’introduzione di un nuovo logo per l’etichettatura). Prima di archiviare tutto hanno però pensato bene di PROIBIRE l’uso anche del vecchio logo. Quindi non possiamo più distinguerci con un’immagine chiara (chi va a leggersi le controetichette?) dai concorrenti. Perché? forse perché ai grandi (quelli proprio graaaaaaaaaaandi) il bio non torna comodo… comprare uve bio è troppo caro, lavorare in modo “pulito” in cantina richiederebbe troppo personale… e poi come li fai gli eno-miracoli? Mica esistono i fornitori di prodotti miracolanti certificati bio!
    3) Mercato di nicchia Bio: Mancando il logo, ma essendo il mercato bio in crescita c’è stata un’autentica invasione di concorrenti sleali; cito due casi-tipo che mi si sono presentati recentemente parlando con importatori (quindi gente del settore):
    a) il “I WILL BIO” ossia gente che sta per avviare la certificazione o che ha appena iniziato la conversione (quindi la prima annata in conversione bio, ma non ancora bio, dato che ci vogliono 4 annate di detossificazione se tutto va bene, più un annetto o due per le lavorazioni di cantina, significa che la prima bottiglia bio che venderranno, vedrà il cielo fuori dalla cantina non prima del 2016!) che dichiara felicemente che i suoi vini sono bio (anche se sono vecchie annate, prodotte da vigne intossicate dal Round Up, Rogor, Mancozeb o Dio sa cos’altro)
    b) il BIO-ANARCHICO: che dichiara di produrre Bio ma che non vuole certificarsi, perché lui vuole combattere il sistema…

    Concorrenza sleale? frode in denominazione?
    chissenefrega tanto quei pirla dei bio (veri) spendono i loro soldi per certificarsi, per la manodopera aggiuntiva, per fare lavorazioni in più, per usare concimi biologici e non chimici ternari che costano un decimo… non troveranno mai i soldi per pagarsi un avvocato, no?

  • Sarei molto interessata ad approfondire le potenzialità del vino biologico in Italia…Esistono ricerche sull’andamento delle vendite nel nostro paese?
    Grazie!

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