Il lento percorso verso la qualita' – tendenze dell'eta' media del vitigno italiano – ISTAT 2000

1 commento

Prendiamo sempre le mosse dall’indagine del 2000 di ISTAT (una vera bibbia per la verita’), per dare un’occhiata di nuovo all’eta’ media del vigneto italiano. Questa volta pero’ invece di guardare la "geografia" ci si sofferma sulle tendenze dei 20 precedenti al 2000..

I numeri parlano molto meglio dei commenti. Dal 1980 al 2000, la superficie coltivata a vite si e’ ridotta del 37%, mentre la superficie con viti di oltre 20 anni di eta’ e’ cresciuta del 4%, passando da un terzo del vitigno totale italiano al 54% nel 2000. I vitigni con meno di 10 anni sono passati dal 38% al 23%, mentre le vigne di oltre 30 anni hanno superato il 25% nel 2000.

Un paio di domande conviene a questo punto fare ai nostri amici viticoltori. Esiste una relazione vigna vecchia = vino migliore, oppure esiste una eta’ ottimale, oltre la quale conviene gradualmente innestare nuove piante? Questa statistica indicherebbe un "accentramento" della produzione sul livello dei 20/30 anni piuttosto che un generale "invecchiamento" del vitigno.
Sembra che l’eta’ piu’ prevalente si sia letteralmente spostata dai 10-20 anni ai 20-30 anni. Questo indica un cambio delle logiche di produzione o semplicemente il fatto che ci sono stati meno impianti e che quindi la vite e’ naturalmente invecchiata?

 

Download file etavitigni1980-2000.bmp Etamedia2istat2000.bmp

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Fondatore e redattore de I numeri del vino. Analista finanziario.

1 Commento su “Il lento percorso verso la qualita' – tendenze dell'eta' media del vitigno italiano – ISTAT 2000”

  • Gianpaolo

    Caro Bacca,
    grazie per postare tutti questi dati, e sopratutto per sforzarti di dare un lettura razionale degli stessi. Immagino che tale attitudine ti sia innata, e naturale nel tuo lavoro di analista finanziario.
    Leggendo quindi i dati sull’età delle vigne tu cerchi, giustamente, un bandolo che ti faccia cercare la logica, ovvero il perché ed il percome c’e’ una certa tendenza all’invecchiamento del vigneto italiano. Come dici tu, ci sarebbe in teoria da rallegrarsene, perché vigna vecchia fa vino buono.

    Però, nel rurale e arretrato mondo del vino, la realtà potrebbe essere un po diversa. Ovvero: la tendenza all’invecchiamento deriva non, come positivamente pensi tu, da una voluta ricerca della qualità, ma piuttosto da una mancanza di progettualità, da una deriva casuale, dalla mancanza di investimenti tipica del mondo del vino, o di un certo mondo del vino dove è meglio investire in una cantina faraonica che avrà un certo ritorno d’immagine, piuttosto che nella ricerca vinicola.
    La realtà è che da questo punto di vista, l’innovazione, siamo, se non all’anno zero, all’anno 1. Qualcosa si è fatto, e qualcosa si sta facendo, ma troppi vigneti sono ancora piantati a caso, sia come scelta di portainnesti, di cloni, di sesti d’impianto. La verità è che di gente che ne capiscde qualcosa in giro ce n’e’ poca (anzi se ne conoscete qualuno segnalatemelo), e tutto è fatto in maniera individuale. Visto che i tempi della viticoltura sono lunghi, l’agire in maniera individuale significa spesso riazzerare il tutto e il ricominciare da zero.
    I vigneti vecchi ben vengano, daranno qualità. Ma prima sarebbe necessario avere un idea di come farli.

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