Francia


Advini – risultati e analisi di bilancio 2010

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Il 6 ottobre 2008 scrivevo un post su un produttore francese quotato di nome Jean Jean e titolavo: “Jean Jean – un produttore con grandi ambizioni di crescita”. L’obiettivo scritto nel bilancio era di arrivare a 200 milioni di vendite entro il 2010 e 250 entro il 2012. Ebbene, tra quell’obiettivo e oggi c’e’ stata la crisi di mezzo, ma Advini (perche’ cosi’ ora si chiama la vecchia Jean Jean) ci e’ quasi arrivata. 189 milioni. Non ci e’ arrivato in modo “organico” ma tramite acquisizioni (Laroche in Borgogna e’ stata la piu’ recente ma quest’anno ce n’e’ una nuova), e le acquisizioni sono il DNA di questa azienda. La crescita quindi continua anche se in verita’ gli utili, se aggiustati per le componenti straordinarie, sono ancora bassi e proprio questa sara’ la sfida dei prossimi anni: gli amministratori hanno anticipato un obiettivo di crescita superiore al 10% per il 2011 (nuovamente grazie alla acquisizioni) ma sara’ ora che anche i margini si riprendano, altrimenti il debito, che e’ cresciuto molto, sara piu’ difficilmente sostenibile.



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Vranken Pommery – risultati 2010

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Vranken Pommery ha chiuso il primo bilancio (2010) con l’integrazione di Domaine Listel acquisita nel 2010. L’anno e’ andato bene, soprattutto considerando che si tratta di un esercizio di transizione, dove tutta l’attivita’ relativa al vino (circa 55 milioni dei 364 milioni) e in fase di ristrutturazione, con un riorientamento del prodotto verso un prezzo-mix piu’ elevato. Le vendite sono salite del 35%, il MOL sale da 41 a 50 milioni con un margine in calo dal 15% al 14%, l’utile netto se depurato delle componenti stroardinarie quasi raddoppia, come combinazione del contributo delle acquisizioni, del calo del debito (-40 milioni) e dei migliori risultati operativi. Gli obiettivi di VP sono molto ambiziosi: di qui al 2014 il presidente dichiara quanto segue: “Nos Marques de Haut de Gamme et de Prestige Vranken, Pommery, Heidsieck & C° Monopole, Listel, La Gordonne et Rozès devraient générer une progression de la Marge Opérationnelle de l’ordre de 50 % d’ici 2014”. In altre parole l’obiettivo e’ ambizioso: portare il margine operativo del gruppo, attualmente al 10% al 15% di qui a 3 anni. Per raggiungere questo obiettivo e’ necessario che le vendite crescano, per sfruttare la leva operativa. In altre parole, se gli obiettivi saranno centrati, l’utile operativo di 38 milioni del 2010 dovra’ diventare un numero di qui al 2014 che comincia almeno per 6, se non per 7…



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Cottin Freres – risultati 2010

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Cottin Freres… le avete comperate le azioni? Io no, oltretutto non posso. Pero’ guardate il grafico qui sopra le azioni sono passate da 5 euro della fine dello scorso anno a 8 euro e poi a oltre 11 euro. Che cosa e’ successo? Che Cottin Freres ha annunciato la vendita di 7 ettari di vigna di proprieta’ a Mersault per 12.3 milioni di euro, realizzando un guadagno rispetto al valore di bilancio di 7.7 milioni di euro. Due le notizie che hanno spinto le azioni: prima botta: l’azienda annuncia la vendita a un valore ben superiore a quello di bilancio; seconda botta (di qualche giorno fa): l’azienda annuncia la distribuzione del guadagno agli azionisti, cioe’ 4.6 euro per azione. Questo e’ un caso eclatante di azienda/azione “dimenticata”, dove gli investitori non sono attenti a valutare l’attivita’. Le azioni trattano a largo sconto sul loro valore ma quando viene realizzata un’operazione che “cristallizza” questo valore in qualche modo nascosto (o meglio, dimenticato), allora tutti arrivano e rivalutano le azioni dell’azienda. Passiamo oltre. Se fosse per i risultati 2010 che andiamo a commentare, non ci sarebbero grandi notizie: fatturato in costante calo, margini in miglioramento grazie a un’azione encomiabile di taglio dei costi, attento controllo del capitale circolante. Sono concetti che abbiamo gia’ espresso in diverse altre aziende. Di certo, Cottin Freres ha venduto un pezzo di azienda (e ne vedremo l’effetto sul margine lordo, destinato probabilmente a calare) e ha oggi un fatturato di 30 milioni di euro annui contro i 50 milioni toccati nell’esercizio 2006.



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Le 3 domande di Vinitaly- intervento di Angelo Gaja

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    1- Può il Paese primo produttore vivere di solo export, con i rischi rappresentati dalle fluttuazioni monetarie e dalle agguerrite politiche di marketing e distribuzione dei competitori dei cosiddetti Nuovi Mondi?

RISPOSTA – E’ compito dei produttori di applicarsi per conoscere le dinamiche dei mercati e scegliere se, come e quando affrontarli. Mercato interno e mercato estero sono complementari. Ancorché diversi per dimensione sono i leader dei diversi settori, Santa Margherita, Campari, Armani, Barilla, Ferrero … ad insegnare che il mercato interno va curato con attenzione.

    2- Il gap del mercato italiano è di natura economica, culturale o è un problema di comunicazione?

RISPOSTA – Un problema di comunicazione? A loro modo i produttori comunicano tutti, in Italia sono 35.000. I giornalisti che occasionalmente/ abitualmente scrivono del vino italiano sono più di 1.500. Sono più di 500 le cantine che organizzano premi giornalistici. Oltre 50 le guide che giudicano i vini. Vino nei convegni, turismo del vino, vino in piazza, vino alla radio ed in televisione, di vino si disserta sui blog … Il mondo del vino sprizza vivacità, fa gola ai politici che sono interessati al territorio ed al turismo, alle associazioni che offrono servizi, alla finanza che vorrebbe trovare il modo di entrarci. Ci siamo ormai abituati a questo frastuono, non sappiamo farne a meno. Siamo in molti a ritenere che parte delle sovvenzioni pubbliche destinate alla promozione vengano sprecate. C’è chi propone di farle convergere in una cabina di regia alla quale affidare il compito della promozione. Come evitare che diventi l’ennesimo carrozzone al servizio di politici e qualche privilegiato? Chi la guiderebbe? Da dove gli deriverebbe l’autorevolezza? Sarebbe capace di lavorare nell’interesse di tutte le categorie? Io avrei una mia ricetta: per abbassare i decibel servirebbe tagliare il 50% delle sovvenzioni destinate alla promozione del vino italiano e orientarle alla formazione di soggetti destinati a svolgere attività di rappresentanza di vini italiani sui mercati esteri; e dare maggiore impulso all’apertura di scuole di formazione di chef di cucina italiana nei paesi BRIC.

    3 – Perché al contrario il trend dell’export è in crescita?

RISPOSTA – Il trend dell’export è in crescita perché le cantine italiane abituali esportatrici hanno contribuito a costruire nel tempo una domanda che non va soltanto a loro esclusivo beneficio ma rimbalza successivamente in Italia ad opera di importatori che vengono alla ricerca di altri produttori italiani in grado di fornire loro vini delle stesse tipologie ma meno cari, oppure di migliore qualità, oppure più esclusivi, meno distribuiti. Vinitaly è il palcoscenico del vino italiano al servizio degli importatori provenienti dal mondo. Da anni l’Italia è il primo paese esportatore di vino in volume e lo è stato ancor più nel 2010; la Francia lo è in valore. La Francia, che in volume nel 2010 ha esportato il 50% in meno dell’Italia, se non vuole espiantare vigneti dovrà esportare di più. L’Italia, che vende sui mercati esteri con un prezzo medio per litro di 2,5 volte inferiore a quello della Francia, deve cercare di vendere meglio e per farlo occorrerà migliorare sia la qualità che il marketing. Però il successo dell’Italia è innegabile. A chi va il merito? Alle varietà autoctone? Al territorio? Questi sono fattori della produzione. Il merito va ai 35.000 produttori di vino italiano di cui oltre 25.000 artigiani dalle dimensioni medio- piccole molti dei quali si applicano con sacrificio, passione, entusiasmo, intraprendenza. Succede abbastanza spesso che i vini degli artigiani vengano accreditati per la loro qualità contribuendo così a consolidare l’immagine del vino italiano. Gli artigiani sono complementari alle cantine di grandi volumi alle quali vendono all’ingrosso la totalità o parte del vino che producono. E’ un sistema ottimamente integrato che ha funzionato egregiamente. La frammentazione della produzione vinicola è caratteristica dei paesi europei, il nuovo mondo ha altre peculiarità.
La manfrina dell’Italia del vino inadeguata a competere sui mercati esteri a causa della frammentazione della produzione e della zavorra dei troppi piccoli produttori che non saprebbero stare sul mercato perché fragili e destinati al collasso è sonoramente smentita dal successo dell’export del vino italiano.

Angelo Gaja
30.3.2011