Francia


Il valore della produzione di vino nel mondo – stima INDV 2016

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Mentre normalmente ci occupiamo di quanto vino viene prodotto, oggi facciamo un passo in là per cercare di calcolare quanto VALE il vino che viene prodotto. Per farlo applichiamo un semplice principio: che il prezzo medio a cui viene valorizzato il vino esportato da chi produce sia il medesimo del vino che viene invece prodotto e consumato nei rispettivi mercati domestici. Approccio un po’ semplicistico per alcuni, per me un modo molto efficace per far emergere il concetto che mi sta a cuore: non si fara più soldi con più vino ma con meno vino venduto a prezzi più alti. Nel 2016 la produzione di vino mondiale è vista in calo del 3% da OIV, mentre i dati che abbiamo elaborato sulle esportazioni mondiali di vino ci indicano un prezzo medio di esportazione in crescita del 2% circa. Il saldo è dunque marginalmente negativo, stiamo parlando di una stima di valore di 76 miliardi di euro (valore della produzione prima del margine di importatori, distributori e dettaglianti), contro il massimo storico del 2016 di 77 miliardi, che a sua volta era legato alla forte rivalutazione del dollaro sull’euro (e al conseguente aumento del valore della produzione americana). In questo contesto, l’Italia va meglio della media: produzione +2% circa, prezzo di esportazioni idem, +2%: risultato +4% per un valore che stimiamo essere vicino a 14 miliardi di euro. Che dire… saldamente davanti al numero 3, gli USA (9 miliardi) e… saldamente dietro la Francia (26 miliardi). Per chi vuole proseguire… link qui sotto…

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Francia – produzione di vino 2016

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A differenza dell’Italia, la produzione di vino in Francia nel 2016 non è riuscita a riconfermare i buoni livelli raggiunti nel 2015. I dati che presentiamo oggi però vanno letti con attenzione, perché se è vero che la produzione è calata del 7% a 44.4 milioni di ettolitri, bisogna sottolineare alcuni dati “meno negativi” degli altri. Prima di tutto si registra un forte calo del prodotto destinato alla distillazione di Cognac e Armagnac, -14%, che impatta 1.2 dei 3.4 milioni di ettolitri del calo. Secondo, un altro mezzo milione di ettolitri di vino che manca fa parte della categoria “altri”, cioè dei vini non di qualità. Infine, esulando dai dati puramente produttivi, si assiste dopo diversi anni alla stabilizzazione del vigneto francese a 750mila ettari, dopo un calo strutturale durato diversi anni. Invece, da un punto di vista della produzione per area geografica, possiamo notare nel primo grafico come la produzione sia calata da tutte le parti meno che a Bordeaux, dove dopo diversi anni in calo si sono prodotti di nuovo 6 milioni di ettolitri di vino. Passiamo ad analizzare i numeri.

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Champagne – dati di mercato ed esportazioni 2016

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Le spedizioni di Champagne subiscono nel 2016 il contraccolpo del mercato inglese, da sempre il punto di riferimento per il prodotto di punta delle esportazioni francesi. Le spedizioni sono calate del 2% a 306 milioni di bottiglie, partendo da un 2015 molto positivo, mentre il valore delle vendite di Champagne (Francia inclusa) è calato un po’ meno, dell’1%, a 4.7 miliardi di euro. Come leggeremo, i dati sono particolarmente positivi nel mercato americano (+6% a un nuovo massimo storico) e si vede anche un primo segnale di recupero nel mercato tedesco, in costante calo negli ultimi anni. Anche il mercato italiano è nel secondo anno di recupero, dopo la crisi nera che ha quasi comportato il dimezzamento delle spedizioni: nel 2016 l’Italia ha importato 6.6 milioni di bottiglie (+4%) per un valore di 139 milioni di euro (+6%). Passiamo all’analisi dei dati.

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Advini – risultati 2016

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Anche se i numeri sembrano particolarmente buoni a prima vista, il 2016 di Advini è stato molto aiutato un significativo provento straordinario che di fatto spiega per intero la progressione del margine e degli utili, altrimenti fermi a 5 milioni di euro (e non 10 come riportato). A crescere nel 2016 è invece il debito dell’azienda, dato che continuano gli investimenti: nel 2016 sono in tutto 58 milioni di euro, un’enormità rispetto al valore dell’azienda (136 milioni di valore di mercato, qualche interesse di minoranza e 150 miloni di debito, quindi poco meno di 300 milioni in tutto). Di questi 13 sono veri e propri investimenti (il doppio degli ammortamenti a dimostrare il forte ciclo in atto) e ben 45 sono acquisizioni: Maison Champy in Borgogna (22 ettari), 250 ettari di  vigneto nel Bordeaux (con l’ingresso a compensare parte della botta di Credit Agricole con il 5% del capitale), Chateau Roquefeuille in Provenza (100 ettari), Domaine Cazes nel Roussillon (200 ettari biodinamici di “Cotes”), Bonheur Wine Estate in Sud Africa (72 ettari di vigneto nello Stellenbosch) più qualche piccola cosa qua e là nel segmento dei corsi di vino e dell’ecommerce. Insomma, lo sforzo è evidente e si ribatte in modo molto chiaro sul debito, che balza appunto a 150 milioni di euro, 7 volte il MOL dichiarato ma 10 volte quello “rettificato” per le componenti non ricorrenti. Forse a 500 milioni di vendite nel 2020 ci arrivano anche, però sarà necessario cominciare a vedere un po’ di crescita organica, che continua a mancare… passiamo ai dati.

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Le esportazioni di vino nel mondo – aggiornamento 2016

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Il commercio mondiale di vino ha visibilmente rallentato la corsa nel 2016: le esportazioni combinate delle 11 principali nazioni produttrici hanno subito un calo dell’1.5% circa in volume a 94 milioni di ettolitri, che è stato compensato da un incremento del 3% circa del prezzo medio di esportazione, circa 268 euro a ettolitro contro i 260 dello scorso anno. Il risultato è un valore cumulato di export di 25.2 miliardi di euro, in crescita dell’1.5% circa, rispetto a un balzo (guidato dalla rivalutazione del dollaro) dell’8% messo a segno nel 2015 sul 2014. L’Italia ne esce molto bene: la crescita del 4.5% è seconda soltanto a quella di Australia e Nuova Zelanda (5.5-5.7%), e certamente molto meglio di Francia e Spagna, con un mix molto ben bilanciato tra la progressione dei prezzi e dei volumi. La performance esportativa italiana emerge molto bene anche dalle crescite a 5 anni e dalle “quote di mercato” tra questi 11 paesi, che nel caso dell’Italia sono tornate sopra il 22% dopo la flessione del 2015 dovuta all’apprezzamento del dollaro. Passiamo ai numeri.

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