dati finanziari


Utili, margini e ritorno sul capitale delle principali aziende vinicole – 2017 dati MBRes

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Proseguiamo il viaggio nei numeri delle principali aziende vinicole italiane analizzando oggi i margini e il ritorno sul capitale relativo al 2017. Man mano che si scende nel conto economico dal fatturato verso gli utili e gli indicatori di redditività, si apre la voragine tra le aziende e le cooperative, che non hanno come scopo il lucro. I dati del 2017 presi da Mediobanca e integrati danno un quadro di leggero miglioramento del margine cumulato del campione, dal 7.1% al 7.3% (soprattutto legato ad alcune realtà commerciali in forte crescita e a un paio di ristrutturazioni), mentre in termini di ritorno sul capitale l’andamento è stato meno positivo, dato che la crescita dell’utile operativo cumulato (+9%) è stata superata dall’aumento del capitale investito (+11%). GIV, Ruffino e Botter sono senza dubbio le aziende che nel 2017 si sono mosse in maniera più positiva tra le “grandi” per quanto riguarda l’andamento degli utili, mentre tra le aziende di media dimensione nel settore sono da segnalare i dati estremamente incoraggianti di Lunelli e la ristrutturazione di Italian Wine Brands, azienda quotata che ha raggiunto la “top 10” italiana in termini di utili (non ancora in termini di vendite). Passiamo a una breve analisi dei dati.

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Classifica fatturato e valore aggiunto delle aziende vinicole italiane 2017 – fonte: Mediobanca

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Le aziende italiane con oltre 50 milioni di fatturato nel 2017 secondo il rapporto Mediobanca (MBRes) sono 32. Quest’anno entra la veneta Pasqua ed è ricompare Mionetto, famosa azienda di Valdobbiadene. Mettendo insieme i numeri del 2017, si può dire che il 2017 è stato un buon anno dal punto di vista della crescita commerciale, tanto che il fatturato è cresciuto al medesimo ritmo del 2016, poco più del 5%. Anche per il valore aggiunto si può dire lo stesso anche se come abbiamo già visto nei commenti delle singole aziende, la scarsa vendemmia ha avuto degli impatti, soprattutto sulle aziende fortemente integrate come quelle toscane. A prima vista, sono andate molto meglio le cooperative e gli operatori poco integrati verticalmente. Il dato cumulato sul valore aggiunto di queste 32 aziende è 866 milioni, +9% rispetto al 2016 e circa +7% annuo rispetto al dato (indicizzato) relativo al 2012. La leadership dal punto di vista del fatturato è sempre saldamente nelle mani di GIV (che cresce del 5% nel 2017, più di quanto mostrato in passato), che con Cantine Riunite/CIV sfonda quota 600 milioni di euro. Dal punto di vista del valore aggiunto, la leadership è di Antinori con 132 milioni di euro, in leggero calo sul 2016. Passiamo ad analizzare qualche dato insieme:

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Vendite di vino via internet – dati 2017 dei principali operatori italiani

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Argomento delicato, quello di oggi. Molto commentato sul blog e anche criticato. Parto con ringraziare Stefano Pezzi di Xtrawine che mi ha fornito la maggior parte di questi bilanci, evitandomi di andarli a comperare e intaccare dunque la beneficenza del blog. I bilanci 2017 dei principali (forse non tutti) operatori italiani di ecommerce di vino mettono in luce il solito “trade-off” tra crescita e margini. Per crescere tanto bisogna essere aggressivi in termini di margine sulla vendita o sforzi promozionali, ma in questo modo si perdono soldi. Se si hanno le spalle larghe e gli azionisti sono disposti a “finanziare” questa crescita i risultati sono importanti: come nel caso di Tannico, i cui azionisti nel 2017 hanno contribuito 4.8 milioni di euro nel 2017, dopo i 2 milioni del 2016, finanziando completamente l’attività del leader italiano, che ha sfondato la soglia dei 10 milioni di fatturato. Nella medesima categoria del “perdo tanto ma cresco tanto” c’è oltre a Tannico anche Vino75 (che perde veramente molto nel 2017). Ci sono poi gli operatori “disciplinati” che per scelta o necessità devono stare in equilibrio: Xtrawine e Callmewine, nella nostra matrice. E infine ci sono due operatori che crescono tantissimo e non perdono, quindi da osservare per il futuro: Clubwine/Soundtaste e Bernabei online. Quest’ultima è una costola del grande distributore di vino, senza magazzino, e quindi è difficile da confrontare con il resto (i margini potrebbero essere “guidati in pareggio” dalle politiche di prezzo applicate dalla casa madre, 10 volte più grande). Infine, appare piuttosto difficile la situazione di Vinitaly Wine Club: vendite in calo e forti perdite. Passiamo a qualche commento di dettaglio.

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Botter – risultati e analisi di bilancio 2017

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Il 2017 è stato un anno da ricordare per Botter, sotto due punti di vista: primo, per la qualità dei risultati, vista soprattutto in confronto con quelli delle altre aziende. Oltre alla crescita del 10% delle vendite non si è registrato il deterioramento dei margini visto in altre situazioni, anche se va detto che l’azienda veniva da un 2016 non troppo brillante. Secondo e più importante motivo, l’azienda ha aperto il capitale al private equity. A fine 2017 infatti Botter ha venduto per 10 milioni di euro il 5.2% di azioni proprie che deteneva in portafoglio a DEA Capital Alternative Funds Sgr Spa per “Idea Taste of Italy”, un fondo specializzato nel settore agroalimentare (tale partecipazione ha poi raggiunto a inizio 2018 il 22.5%). A chi non avesse letto il commento dello scorso anno, ricordo che Botter azienda comprò nel 2016 da Botter famiglia il 35% del capitale (che diventarono azioni proprie) per 30 milioni, di fatto distribuendo un dividendo straordinario. L’operazione con DEA consente anche di abbozzare una valutazione di Botter: se il 5.25% vale 10 milioni allora il 100% vale 190 milioni di euro, cui aggiungere circa 16 milioni di euro di debito a fine 2017 (inclusi i 10 milioni in cassati). Quindi 206 milioni di euro, che si confrontano a circa 26 milioni di EBITDA e che restituiscono dunque un multiplo dell’operazione di 8.0x (EV/EBITDA) e di 9.1x in termini di EV/EBIT. Si tratta di un utile riferimento per valutare un’azienda vinicola in una situazione simile a Botter: dimensione significativa, forte esposizione ai mercati esteri, ottimi margini, ma attenzione, pochi attivi tangibili quali vigneti, dato che l’azienda si rifornisce quasi esclusivamente all’esterno. Detto questo passiamo a un breve commento dei numeri.

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Constellation Brands – risultati primo semestre 2018

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Anche se le spedizioni di vino sono cresciute del 9% nel secondo trimestre, le vendite al dettaglio dei vini di Constellation Brands sono rimasti stabili, dopo un primo trimestre in forte calo. Questo dicono i numeri pubblicati qualche giorno fa. Ma la storia di Constellation Brands sta sempre più deviando da quella della sua attività vinicola. L’investimento annunciato e tra poco finalizzato di 4 miliardi di dollari in Canapy Growth, l’azienda che coltiva e sviluppa prodotti a base di cannabis, sta fornendo nuova spinta agli utili al valore dell’azienda, che ritiene questo progetto di diversificazione come “una delle più significative opportunità di crescita dei prossimi 10 anni”. Tornando ai nostri numeri, le vendite del trimestre crescono del 10% a 2.3 miliardi di dollari,ma sono spinte dalla birra e dall’aumento delle consegne di vino (che andrà recuperato nel terzo trimestre), mentre l’utile operativo passa da 714 a 765 milioni di dollari, +7%. L’utile netto più che raddoppiato beneficia della crescita del valore della prima quota acquistata in Canopy Growth e sfonda il tetto di 1 miliardo di dollari. E il titolo in borsa trova nuovo slancio per tornare vicino ai massimi toccati qualche mese fa: Constellation Brands vale 223 dollari per azione, o 43 miliardi di dollari in tutto. Passiamo a qualche dato di dettaglio.

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