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Indebitamento e leva delle principali aziende vinicole – dati 2016, MBRes

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Chiudiamo oggi la serie dei post sui dati Mediobanca Research con l’analisi della leva finanziaria delle aziende vinicole italiane. I dati si riferiscono al debito lordo, quindi possono differire da quelli che leggete nei post singoli sulle aziende, dove da questo numero qui pubblicato viene dedotta la liquidità per arrivare a una “posizione finanziaria netta”. La seconda avvertenza è relativa al tema delle cooperative, che possono in genere sopportare livelli di indebitamento più sostenuti vista la differente natura del rapporto con i soci e la loro struttura. I dati che presentiamo oggi mostrano un sostanziale miglioramento delle condizioni finanziarie delle principali aziende vinicole nel 2016. Come abbiamo già letto gli utili stanno crescendo e non essendoci state grandi operazioni di acquisizione o investimento, i rapporti tra il debito e il patrimonio e tra il debito e il valore aggiunto (purtroppo MBRES non fornisce il fatidico MOL o EBITDA sul quale si calcola normalmente il rapport con il debito…) sono migliorati. Sull’aggregato delle aziende qui elencate passiamo da 0.61 a 0.59 per il rapporto debito su patrimonio e da 1.71 a 1.68 per quanto riguarda il debito su valore aggiunto. Ancora, e lo scrivo per la terza volta, miglioramento ma leggermente meno marcato di quanto non fosse stato negli anni precedenti. Per quanto riguarda i livelli di indebitamento azienda per azienda, poco cambia rispetto agli scorsi anni; si aggrava la situazione di Gancia, mentre tutte le principali aziende mostrano un calo del debito in valore assoluto. Passiamo ai dati.

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Utili, margini e ritorno sul capitale delle principali aziende vinicole – 2016 dati MBRes

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Eccoci al secondo appuntamento con l’analisi dei ranking Mediobanca Research. Oggi ci occupiamo di utili, ritorni sul capitale e margini. Le considerazioni generali sono simili a quelle fatte la scorsa settimana: il 2016 è stato un anno di “moderazione” dei tassi di crescita e dei ritorni dell’attività vinicola, coinciso con la stabilizzazione del dollaro e con il recupero dalla fase più critica del mercato italiano. La crescita del valore aggiunto è stata del 5% contro il +10% del 2015, quella dell’utile operativo aggregato delle aziende qui rappresentate del 9% contro il 12% del 2015 (e anche del 2014). Ne risulta un miglioramento ulteriore del margine operativo, dal 7% al 7.2%, ma a un ritmo gradualmente decrescente rispetto a quello che avevamo notato in passato. Antinori, Santa Margherita e Frescobaldi restano le tre aziende chiave in termini di utili nel panorama italiano, caratterizzate da un percorso costante di crescita. Sotto questi tre operatori, ci sono una serie di aziende con utili elevati ma piuttosto altalenanti. L’analisi del ritorno sul capitale investito premia invece le aziende del Nord Est, con Villa Sandi, Santa Margherita e Botter che mostrano dei ritorni sul capitale molto elevati rispetto alla media del settore. Passiamo all’analisi dei dati.

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Classifica fatturato e valore aggiunto delle aziende vinicole italiane 2016 – fonte: Mediobanca

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Vi presento oggi l’elaborazione dei dati pubblicati da MBRes sulle principali aziende italiane, dalle quali ho estratto quelli del settore vino, con qualche dovuta aggiunta per completare il quadro. Che cosa ci dicono questi dati? Come abbiamo visto nelle varie recensioni pubblicate durante l’anno, il 2016 è stato un anno positivo per gli operatori italiani, anche se non tanto quanto l’anno precedente. Il fatturato “aggregato” di queste 29 società delle quali potete consultare i dati è stato di 3.9 miliardi, il 5.4% in più del 2015, che invece, riparametrando i dati sul campione aggiornato, era cresciuto dell’8%. I dati sul valore aggiunto, che come ben sapete rappresentano a mio avviso il vero indicatore dell’evoluzione delle aziende e della loro rappresentatività, è cresciuto alla stessa velocità, +4.7% (da 765 milioni a 801 milioni), una velocità dimezzata rispetto al balzo del 10% registrato dal campione nel 2015, che si spiega in parte per il mancato beneficio della rivalutazione dell’euro nel corso dell’anno. Il leader in termini di fatturato resta sempre GIV, con 365 milioni di vendite, che unito alla controllante Cantine Riunite/CIV, raggiunge 578 milioni di euro, precedendo Caviro e Antinori. Quest’ultima, in realtà, è la vera azienda leader italiana, dato che dai 220 milioni di fatturato estrae ben 138 milioni di valore aggiunto, contro 98 milioni del conglomerato CR/CIV/GIV. La progressione di Antinori, che potete apprezzare dai grafici che sono qui allegati è impressionante: Stiamo parlando di una crescita dell’11% nel valore aggiunto 2016 e del 10% medio annuo dal 2011 a questa parte. La vera novità di questi numeri è quella di Santa Margherita, della quale potete apprezzare il balzo del valore aggiunto (+74%) derivante dalla acquisizione dell’importatore americano. In questo modo Santa Margherita diventa la terza forza del settore in Italia e, con le recenti acquisizioni, probabilmente continuerà a mostrare progressi importanti. Un’ultima considerazione, prima di passare ai dati di dettaglio: questa classifica vede sempre gli stessi attori da quando la redigo. Significa che non c’è stata nessuna vera grande operazione di trasformazione, soprattutto nel mondo non cooperativo, in tutti questi anni. Molte piccole acquisizioni, ma nessuna di queste aziende ha mangiato una delle altre. Si ripropone il solito problema italiano che ho affrontato nella recente newsletter (a proposito, iscrivetevi mandandomi una email), e cioè che in Italia tutti stanno bene a casa propria. E questo è tanto più vero in un mondo come quello del vino fatto di grandi ricchezze patrimoniali. Dopo il lungo preambolo, passiamo ai dati.

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Vendite di vino via internet – dati 2016 dei principali operatori italiani

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Rieccoci a questo appuntamento che ha destato diversi commenti in passato. Come per lo scorso anno, devo ringraziare Stefano Pezzi di Xtrawine che ha fornito quasi tutti i bilanci di cui qui analizziamo i dati. Mai come oggi si parla di ecommerce, con l’esplosione di Amazon che sta aggredendo nuove categorie merceologiche e addirittura facendo il percorso al contrario, cioè tornando sul dettaglio fisico (Wholefood). Gli operatori italiani del settore sono ancora piuttosto piccoli ma sono cresciuti, in media, del 30% nel corso del 2016, realizzando un margine commerciale (ricavi meno costo delle merci vendute) del 24-25%, il che implica un ricarico del 30-35% sui prezzi di acquisto. Decisamente più conveniente della media del retail fisico devo immaginare. Tre operatori (esclusa la divisione internet di IWB, che fa parte di un’azienda molto più grande) si stanno chiaramente “staccando” rispetto agli altri: 1) Tannico, che si è separato dalle piccole attività ancillari (che sono ancora per piccola parte nelle vendite qui riportate) ed è cresciuto molto più della media, restando in rosso sull’ultima linea del bilancio e mantenendo questa strana situazione di quasi niente magazzino; 2) Xtrawine, cresciuta leggermente meno di Tannico (+33% rispetto a +43%, ma mantenendosi in pareggio), con un “business model” decisamente più vicino alle enoteche tradizionali sia come margini che magazzino; 3) Callmewine (vendite +36% nel 2016). C’è poi da notare che Vino75, che nel 2016 ha fatturato 1.4 milioni di euro, quindi un terzo di Xtrawine e un quinto di Tannico sia stata scelta da Invitalia Venture Sgr (di proprietà dell’Agenzia italiana per lo sviluppo Invitalia) per un investmento di 0.3 milioni di euro fonte:Vino75) 1.5 milioni di euro. Passiamo a una breve analisi dei dati chiave.
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Produzione DOC e DOCG per denominazione – dati 2015

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Dopo 10 anni di pubblicazione di questo rielaborazione dei dati Federdoc, devo dire che questo è il primo anno in cui ho dei dubbi sulla veridicità dei dati, anche considerando gli errori che nel passato si sono succeduti. Lo pubblico ancora per quest’anno, in attesa magari di un commento da parte di chi è più informato e titolato di me per valutarne l’accuratezza. Per esempio, secondo Federdoc il Prosecco DOC è stato prodotto in 3.64 milioni di ettolitri, mentre secondo ISMEA in 2.64 milioni di ettolitri: l’arbitro dovrebbe essere l’ente certificatore, Valoritalia, dove però figurano ancora i dati relativi alla vendemmia 2014. Dal successivo confronto con ISMEA emerge la ragione di questa differenza: Federdoc riporta i dati relativi alla vendemmia dell’anno (il che e’ il linea con l’interpretazione di questo post), mentre invece ISMEA riport il vino “certificato” nell’anno, cioe’ quello che e’ in qualche modo pronto a essere messo in commercio. Per capirci, con un esempio piu’ semplice, il Brunello qui riportato e’ quello prodotto con la vendemmia 2015, che sara “certificato” nel 2019 quando sara’ messo in commercio.

Dunque, se prendiamo le prime 30 denominazioni italiane escluso il Prosecco, da solo +63% secondo Federdoc, troviamo una produzione di circa 8.9 milioni di ettolitri e una crescita del 7% rispetto al 2014. Se mettiamo anche il Prosecco passiamo a +19% per 12.5 milioni di ettolitri. I dati si parlano abbastanza con quelli ISTAT, che davano +16%. Ci sono oggi ancora solo 36 DOC/DOCG in cui si producono più di 100mila ettolitri… passiamo ai dati…


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