2018


Italian Wine Brands – risultati primo semestre 2018

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Il primo semestre 2018 di Italian Wine Brands è stato fortemente influenzato dall’aumento dei costi delle materie prime, cui l’azienda è molto esposta dato il modello di business interamente concentrato sull’acquisto di prodotti semilavorati (vino sfuso) che vengono poi imbottigliati e venduti con i marchi propri. Le vendite continuano a migrare dall’attività originale di Giordano Vini “B2C” quindi diretta ai clienti finali a quella di fornitura “B2B”. Anzi, nel primo semestre l’azienda ha ulteriormente accelerato questa transizione con una pulizia del database di clienti che ha comportato un forte calo delle vendite del segmento (-10%), con una corrispondente riduzione dei costi per servizi. Ne emerge un semestre con vendite consolidate stabili, un EBITDA aggiustato che cala del 3% e un utile netto a -3% se aggiustato e a -23% se non si considerano oneri non ricorrenti (sempre presenti negli ultimi 3 anni in cui l’azienda si è ristrutturata). Data la stagionalità del business, fortemente spostata nel secondo semestre, l’impatto sulle attese dell’anno dovrebbe essere limitato. Il management dell’azienda, con cui sono entrato in contatto, ha confermato che riuscire a mantenere risultati di questo genere nel contesto attuale (con clienti nella grande distribuzione poco inclini ad accettare aumenti di prezzo e forniture di vino con costi unitari in forte ascesa) è un segnale di grande forza. Nel 2019, se le attuali tendenze alla riduzione dei picchi dei prezzi si confermeranno, la profittabilità dell’azienda potrebbe beneficiare di un forte progresso. Le azioni di Italian Wine Brands nel corso del 2018 sono state stabili intorno ai 13 euro per azione per un valore di mercato di 74 milioni di euro. Rispetto alla quotazione dell’azienda nel 2015 hanno beneficiato di un progresso del 30% circa. Passiamo all’analisi dei dati.

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Advini – risultati primo semestre 2018

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Il percorso di Advini continua ad essere accidentato. Sebbene ci siano dei segnali di miglioramento, con il continuo incremento delle vendite di prodotti propri rispetto a quelli distribuiti e l’espansione estera, il mercato francese è stato particolarmente negativo nei primi 6 mesi dell’anno. Le vendite sono scese sia nel canale tradizionale che, come di solito, nella grande distribuzione e a poco sono serviti i progressi nelle vendite online. Quindi, un semestre ancora una volta di vendite poco più che stabili, di utili anemici in calo e indebitamento in crescita. Tanto che il management ha cominciato a considerare di vendere alcune attività ritenute non strategiche per ribilanciare la situazione. Il progetto 2020 sembra dunque lontano, sia a livello di vendite che di margini. Il mercato borsistico non gradisce: la quotazione delle azioni è scesa da 35 a 32 euro nel corso dell’anno per un valore borsistico di circa 120 milioni di euro, quindi uno per l’altro allineato a quello di Masi. Anche nel lungo termine la lettura per gli azionisti non è positiva: 5 anni fa il titolo stava a 31 euro, quindi gli unici benefici sono venuti dai dividendi. Ma per ora concentriamoci sui dati del primo semestre 2018.

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Francia – esportazioni di vino – primo semestre 2018

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Il quadro delle esportazioni di vino comincia a comporsi e il nostro punto di riferimento, la Francia, ha avuto un primo semestre 2018 leggermente migliore del nostro, +5.2% contro +4.1%. Niente di eclatante, anche perché quando guarderete l’andamento comparato degli ultimi 3 anni vedete che i due paesi sono sulla stessa parabola di crescita, pur partendo da valori diversi (nel senso che crescere da una base di 6 miliardi come noi o crescere da una base di 9 miliardi come loro non è la stessa cosa, noi dovremmo fare meno fatica…). La leggera differenza del primo semestre è tutta da trovare nell’andamento dei volumi: anche se nel 2017 la Francia era cresciuta molto, la spinta dei volumi è nel tempo stata inferiore. Il primo semestre 2017 era cresciuto del 5%, quindi quest’anno i volumi sono calati del 2%. L’Italia nel 2017 era cresciuta del 7% a volume, mentre nel primo semestre 2018 ne ha perso ben il 10%. L’altra grande differenza è che mentre l’export italiano è essenzialmente spinto dai vini spumanti, la Francia si muove con molta più omogeneità, seppur tra alti e bassi: per esempio nel primo semestre sono i vini di Bordeaux e di Borgogna a dare la maggior spinta, mentre per lo Champagne è stato un semestre a velocità più ridotta rispetto al recente passato. Passiamo ai numeri.

  • Le esportazioni di vino francese sono salite a 4.38 miliardi di euro nel primo semestre 2018, con una crescita del 5.2%. Piuttosto a sorpresa i francesi hanno beneficiato come dicevamo di un calo dei volumi inferiore a quello visto in Italia, solo -2% a 6.9 milioni di ettoltri, il che significa un miglioramento del prezzo mix del 7% a 632 euro per ettolitro (che nei primi 6 mesi è negativamente influenzato dalla bassa stagionalità dello Champagne, che vende a 2600 euro per ettolitro).
  • Non avendo dati corretti sulle esportazioni per mercato ci concentriamo sulle categorie di prodotto. La crescita più importante viene certamente dal Bordeaux, dove a fronte di un calo pesante dei volumi (-9% a 0.9 milioni di ettolitri), i prezzi sono cresciuti del 19% a 1234 euro per ettolitri. Ciò ha consentito un incremento dell’8% a 1069 milioni di euro delle esportazioni semestrali.
  • Il dato di Bordeaux non è molto lontano dagli 1.16 miliardi di euro realizzati in Champagne, +1.4%, interamente legati a un incremento leggero dei volumi.
  • Il +6% dei vini di Borgogna, a 421 milioni di euro, equamente diviso tra volumi e valore, e il +6% del resto del vino francese, con un -1% di volume rendono ragione di un semestre molto omogeneo e per certi versi migliore di quanto non dica il +5% iniziale.
Se siete arrivati fin qui… …ho un piccolo favore da chiedervi. Sempre più persone leggono “I Numeri del Vino”, che pubblica da oltre dieci anni tre analisi ogni settimana sul mondo del vino senza limitazioni o abbonamenti. La pubblicità e le sponsorizzazioni servono per aiutare una missione laica in Perù. Per fare in modo che questo lavoro continui e resti integralmente accessibile, ti chiedo un piccolo aiuto, semplicemente prestando da dovuta attenzione con una visita alle inserzioni e alle sponsorizzazioni presenti nella testata e nella sezione laterale del blog. Grazie. Marco

Nuova Zelanda – produzione e consumo di vino – aggiornamento 2018

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La Nuova Zelanda non smette di sorprendere per la dinamicità dei viticoltori e della locale organizzazione “New Zealand Winegrowers inc” (da cui prendiamo il rapporto). Di fronte a un governo locale che decide di alzare pesantemente il reddito minimo (a 9 euro oggi ma oltre 10 euro nel giro di tre anni) per esempio, questa associazione che raggruppa tutte le 700 wineries del paese cerca nuovi sentieri di sviluppo, si fa domande e indaga per trovare delle nuove opportunità. Se leggete il rapporto 2018 trovate una ampia sezione sul turismo del vino locale, che sta esplodendo in questi anni. Non troverete grafici sul tema, ma sappiate che il 27% dei turisti internazionali accolti dal paese visitano una cantina. Questi turisti spendono il 52% in più della media e stanno sei giorni più a lungo degli altri. Che bel biglietto da visita per andare dalle autorità governative a “spiegare” le esternalità positive del settore e farsi aiutare! Magari fosse possibile anche in Italia. Quando lo faccio notare agli addetti ai lavori mi dicono forse giustamente che l’Italia del vino è uguale 20 Nuove Zelande. Troppo.

Fatta questa premessa e venendo a noi, i dati della Nuova Zelanda sono in sviluppo, anche se la scarsa vendemmia 2017 ha stoppato la crescita delle esportazioni (qui calcolate sui 12 mesi terminati a giugno 2018). Ci sono 20 cantine in più del 2017 e si stima circa 1000 ettari in più, 38mila ormai, e la “specializzazione” per vitigni fa un altro passettino in avanti. La produzione di uva 2018 è tornata sopra la soglia di 4 milioni di tonnellate dopo un brutto 2017, ma come dice il rapporto è inferiori alle previsioni iniziali che erano decisamente migliori. Passiamo a dare un’occhiata ai numeri.

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Esportazioni di spumante Italia – aggiornamento primo semestre 2018

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Nei primi sei mesi del 2018 gli spumanti sono stati l’unico driver di crescita delle esportazioni italiane, come abbiamo letto a inizio settimana. Le esportazioni del Prosecco vanno a gonfie vele, +15%. Ma non si tratta solo di questo. Pur in un periodo di bassa stagionalità va rilevata la ripresa dell’Asti e degli altri spumanti non a denominazione, entrambi in crescita di oltre il 20% sul 2017. L’unica sottocategoria in calo è quella degli spumanti DOP escluso Asti e Prosecco, che invece subisce un calo del 7%. I numeri che presentiamo sono incoraggianti: nonostante un graduale indebolimento nella crescita dei volumi, +5% nel semestre, gli spumanti italiani riescono a crescere in mix e in prezzo di quasi 9 punti percentuali, una osservazione che riguarda tutte le categorie salvo l’Asti, la cui ripresa è invece guidata quasi interamente dai volumi esportati. Gli spumanti stanno diventando molto importanti: nei primi 6 mesi del 2014 erano il 14% delle esportazioni italiane, ora sono il 22%. Nei prossimi mesi sarà importante capire quali saranno le reali implicazioni di Brexit, visto che il Regno Unito rimane il principale mercato per la categoria. Passiamo ai dati.

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