Vendite al dettaglio di vino nella GDO in Italia – dati IRI, aggiornamento a settembre 2019

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Le vendite al dettaglio di vino hanno subito una battuta d’arresto nel terzo trimestre 2019 nel segmento dei vini fermi, per la prima volta da inizio 2016, mentre continua la crescita degli spumanti. Enrando nel dettaglio dei 569 milioni di euro di vendite al dettaglio gentilmente fornite da IRI, possiamo notare il costante calo dei formati alternativi alla bottiglia da 0.75 (-6%, con l’eccezione del bag-in-box, che comunque resta un fenomeno marginale) e un deciso indebolimento del prezzo dei vini comuni dopo i rincari dell’anno scorso (prezzi -5%, volumi +1%). I vini DOC/DOCG mantengono un leggero ritmo di crescita (+1%), mentre dal punto di vista della tipologia di prodotti nel terzo trimestre sono state deboli le vendite di vino rosso (-1%) e stabili per i bianchi. I dati migliori della GDO sono sempre quelli relativi agli spumanti, +9%, guidato dagli spumanti Charmat. Se i dati trimestrali sono influenzati da fattori temporanei come il meteo, o le condizioni particolari, sui 9 mesi con un fatturato di 1.7 miliardi di euro 5 milioni di ettolitri abbiamo un quadro di moderata crescita a valore (+3.5%) e sostanziale stabilità dei volumi (+1%). Passiamo ai dati di dettaglio.

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Esportazioni di vino italiano – aggiornamento luglio 2019

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Luglio 2019 è stato un buon mese per le esportazioni italiane di vino, dopo un giugno decisamente negativo. Il +7.6% registrato nel mese riporta il saldo da gennaio a questa parte verso il +4%. A guidare la crescita di quest’anno sono i volumi, in crescita del 10%, soprattutto spinti dalla dinamica dei vini sfusi. A luglio si ripete in modo ancora più marcato l’andamento dei mesi precedenti: i vini sfusi crescono del 38% in volume (+24% da inizio anno), ma il loro prezzo cala del 29% (-26% da inizio anno). Per uno scherzo della matematica (provare per credere), +38% del volume e -29% del prezzo messi insieme fanno -1%. Dal punto di vista geografico, le uniche note negative vengono dal Regno Unito, in calo del 12% a luglio e del 4% da inizio anno (sia nella bottiglia che nello spumante), mentre provengono dei dati un po’ meno negativi dalla Cina, che cresce del 2% in luglio e del 4% da inizio anno, dopo una seconda parte del 2018 decisamente negativa. Infine, molto positive sono le indicazioni che provengono dalla Francia, dove sembrerebbero essersi innamorati dei nostri spumanti. Infine, magari interessa a qualcuno: la bilancia commerciale del vino italiano tocca per la prima volta i 6 miliardi di euro, esattamente 6006 milioni. A questo è dedicato il grafico di apertura del post. Passiamo all’analisi dei dati.

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Francia – esportazioni di vino – primo semestre 2019

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Per i primi 6 mesi del 2019 la Francia ha avuto un ottimo andamento delle esportazioni di vino, che hanno segnato una crescita del 6% pur in rallentamento verso la fine del semestre. Quello che succederà da ora (ottobre) in avanti è un punto di domanda. Come sapete le esportazioni di vino francese (ma anche spagnolo) verso gli USA saranno tassate del 25%. Si tratta della categoria dei vini in bottiglia, quindi non degli Champagne (si vede che a Trump quelli piacciono…). Si tratta di 1.26 miliardi di dollari (2018) che rappresentano l’11.5% delle esportazioni francesi dello stesso periodo (9.3 miliardi, di euro però). Gli americani pagheranno il 25% in più per avere lo stesso prodotto? Oppure spenderanno uguale e importeranno di meno? Oppure sceglieranno altri prodotti? Vedremo, certamente non si tratta di una buona notizia per il vino francese. Per ora concentriamoci su questo +6%, meglio del nostro +3%, supportato da un eccellente andamento degli Champagne e (tanto per cambiare) dai vini di Borgogna.

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Constellation Brands – risultati primo semestre 2019

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Dati bruttissimi quelli di Constellation Brands nel secondo trimestre 2019-20, fortemente impattati dall’andamento molto negativo della divisione vino e dal crollo delle valutazioni borsistiche della controllata Canopy Growth che ha portato il trimestre a una perdita netta record di 525 milioni di dollari, dopo i 245 milioni già registrati nel primo trimestre. Il management continua a correggere i dati per escludere una serie di componenti non ricorrenti e alza le attese di utile per azione, da 8.65-8.95 dollari per azione a 9-9.2. Questa volta però gli azionisti non hanno abboccato e le azioni hanno perso il 6%. A forza di vendere attività (l’ultima quella di Black Velvet, il Canadian Whisky, per 266 milioni), l’utile operativo cala (-6% nel trimestre). Ma non è solo questo: le vendite dei vini CBrands al dettaglio sono crollate nel trimestre del 13%, dato mai visto, e anche la nuova definizione di Power Brands del segmento (6.3 milioni di casse nel Q2 sulle 13.5 totali in USA e le 14.4 globali) sono giù del 4% a causa di alcune politiche commerciali errate che sono state riviste. Dunque il management ha ridotto le attese sulla divisione vino e spirits, ora attesa perdere nell’anno il 15-20% di vendite  il 25% di utile operativo. Insomma molto male. Intanto il debito veleggia sui 13 miliardi di dollari, e i riacquisti di azioni proprie che tanto avevano sostenuto il titolo crollano nel semestre a 50 milioni di dollari (500 milioni nei 6 mesi 2018): hai voglia a dichiarare che “confermano la fiducia del management nel valore dell’azienda”… 50 milioni su un valore di mercato di 30 miliardi di dollari… una goccia nell’oceano. Vabbe’, analizziamo qualche numero insieme e non andiamo oltre.

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Zonin – risultati 2018

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Riprendiamo l’analisi dei bilanci di Zonin dopo aver perso un anno. In realtà anche questi dati 2018, che non sono positivi, sono comunque molto influenzati dalla trasformazione di Zonin che si è completata proprio alla fine dell’anno e che si è sostanziata in due operazioni: 1) la contribuzione da parte di Zonin famiglia delle tenute italiane alla Zonin SpA, che quindi incamera un forte contenuto patrimoniale di vigneti e impianti, un tempo separati dall’attività che era prettamente commerciale; 2) l’entrata di 21 Investimenti, un fondo di private equity italiano controllato dalla famiglia Benetton, con un aumento di capitale di 65 milioni di euro che gli ha consentito di acquistare una quota del 40%, valutando l’azienda veneta (compresa di tenute) circa 100 milioni di euro.

Come dicevamo il bilancio 2018 è ancora incompleto, soprattutto dal punto di vista degli utili, dato che la fusione delle tenute è avvenuta soltanto in corso d’anno. Diventa invece molto chiara la struttura del capitale della nuova Zonin: le immobilizzazioni materiali passano da 40 a 275 milioni, quelle immateriali da 1 a 36 milioni di euro. Il saldo tra quello che la famiglia ha ricevuto per aver contribuito le tenute e i 65 milioni versati da 21 Investimenti ha portato il debito da 62 a 94 milioni di euro. Più debito, ma a fronte di questo ora ci sono un ammontare molto importante di attività tangibili, che stabilizzano la struttura finanziaria. Per quanto riguarda le vendite e gli utili, il 2018 è stato piuttosto difficile. Il fatturato è cresciuto solo del 4% (ma è accelerato a +8% nel primo trimestre 2019), mentre i principali indicatori reddituali sono molto peggiorati, fino a una perdita d’esercizio di 4 milioni di euro. Ma, di nuovo, su questa parte va fatta una valutazione a bocce ferme, quindi nel 2019. Passiamo a commentare qualche dato.

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