Classifica fatturato e valore aggiunto delle aziende vinicole italiane 2018 – fonte: Mediobanca

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I dati complessivi 2018 delle principali cantine italiane sono stati particolarmente buoni per quanto riguarda il fatturato (in crescita del 5.7% rispetto al +2.5/3% registrato sugli ultimi 5 anni), un po’ meno per quanto riguarda il valore aggiunto e i margini (che approfondiremo nelle prossime uscite), che sono stati in crescita 3% (valore aggiunto), in linea con il ritmo 2013-2018. La leadership da un punto di vista delle vendite resta saldamente in mano al gruppo Cantine Riunite/GIV che raggiungono quota 633 milioni se messe insieme in questo mix di cooperativa (Cantine Riunite) e azienda (GIV). Il Gruppo Italiano Vini è anche la prima azienda italiana del vino per fatturato a 388 milioni di euro ma certamente non eccelle dal punto di vista del valore aggiunto, che dovrebbe essere l’indicatore su cui misurare la vera classifica del settore del vino italiano. Se ci muoviamo su questo piano, Antinori è il vero leader del vino italiano, davanti a Cantine Riunite/GIV e a Santa Margherita. Bene, fatta questa premessa passiamo ad analizzare qualche dato in dettaglio.

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Andrew Peller – risultati 2018 (marzo 2019)

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Il management di Andrew Peller parla dei risultati dell’anno terminato a marzo 2019 in termini entusiastici. A ben vedere i numeri, e cioè una crescita del 5% spinta anche dal contributo delle acquisizioni, e un utile operativo stabile rispetto al 2018 non si direbbe. Vero è che l’azienda ha generato cassa ed ha ridotto il debito, nonostante i dividendi pagati e il livello degli investimenti piuttosto sostenuto e che nel corso degli ultimi 5 anni la progressione dei risultati è chiara: +5% nelle vendite e +10% per l’utile all’anno. Nel 2020 dovrebbero poi vedersi i risultati dell’integrazione delle tre acquisizioni fatte nell’anno e che hanno rappresentato la parte preponderante della crescita, visto che soprattutto nella seconda parte dell’anno l’azienda ha subito la competizione di nuovi prodotti di fascia bassa introdotti nel mercato occidentale del Canada. Il secondo aspetto che ha impattato negativamente l’azienda sono stati i costi di marketing per strutturare meglio l’azienda e per il lancio dei nuovi prodotti. Alla fine, dei 382 milioni di dollari (canadesi) di vendite in fondo al bilancio ne restano soltanto 22, molto meno dei 30 dello scorso anno non tanto per motivi di sopra (infatti l’utile operativo è stabile), quanto per la mancanza di alcuni proventi straordinari e l’insorgere dei costi di ristrutturazione delle cantine acquisitate. Passiamo all’analisi dei dati.

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Guido Berlucchi – risultati 2018

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Nel bilancio 2018 di Berlucchi si consuma la seconda puntata della ristrutturazione finanziaria dell’azienda. Con altro colpo da 35 milioni di euro (dopo I 40 di dividendo nel 2017), gli azionisti hanno “prelevato” in due anni 75 milioni di euro dalle casse aziendali. Nel 2018 questi 35 milioni non sono stati prelevati ma bensì apportati sotto forma di debito contenuto nell’azienda controllante di Berlucchi che attraverso una fusione inversa è diventata parte della Berlucchi stessa. In inglese le chiamano “reverse merger” e “leverage buy out”. Beh, a onor del vero va detto che di questi 75 milioni circa 20 sono stati poi prestati (nel 2017) dagli azionisti stessi fino al 2029 obbligazioni a tassi favorevoli (2.5%) – ma pur sempre di debito si tratta. A fronte di tutto questo dinamismo dal punto di vista finanziario, non si vedono scossoni sulla parte economica. Berlucchi continua a mostrare vendite osclillanti tra 40 e 45 milioni di euro da qualche anno (anche se sono cresciute del 4.8% nel 2018 a 42 milioni) e il margine resta stabile (su ottimi livelli, il 19% anche nel 2018 a livello di margine operativo lordo). È chiaro che se fino a qualche tempo fa ci si potevano attendere significativi investimenti per spostare il baricentro dell’attività fuori dall’Italia, con questa struttura finanziaria la Berlucchi rimarrà una bellissima azienda con una buona generazione di cassa, probabilmente molto simile a se stessa negli anni a venire. Passiamo ai numeri.

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Le esportazioni di vino nel mondo – aggiornamento primo semestre 2019

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Gli scambi mondiali di vino mettono a segno un progresso del 2% circa nel primo semestre dell’anno. È questo il risultato cumulato dei primi 11 esportatori, 13.2 miliardi di euro, circa 300 milioni in più dello scorso anno. Si tratta di un recupero rispetto a una seconda parte del 2018 meno positiva, raggiunto anche grazie alla svalutazione dell’euro sul dollaro, passato da 1.21 (media primo semestre 2018) a 1.13 (primo semestre 2019). I dati mostrano un andamento leggermente sopra la media anche per l’Italia (+3%), anche se le crescite più corpose sono state realizzate dalla Francia (+6%), la Nuova Zelanda (+10%) e l’Argentina (+10%). I volumi sono cresciute del 3%, questa volta con Italia, Spagna e Nuova Zelanda in cima alla classifica. La quota di mercato del vino italiano migliora leggermente, dal 22.7% al 22.9% (in base al valore). La seconda metà dell’anno potrebbe essere caratterizzata dall’introduzione dei dazi alle importazioni in USA per la Francia e la Spagna, tra i grandi paesi esportatori. Potrebbe essere l’opportunità per il nostro vino per riguadagnare alcune posizioni (perse a vantaggio della Francia) nel mercato USA. Passiamo ad analizzare i dati.

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Concha y Toro – risultati primo semestre 2019

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Concha y Toro sta decisamente accelerando, grazie anche ai risultati del piano di rilancio, che abbiamo ampiamente discusso sul blog e che si focalizza su un mix di azioni che vanno dall’incremento della produzione propria di uve, alla riorganizzazione della distribuzione americana fino a un ambito strettamente commerciale con una concentrazione degli sforzi sui prodotti di fascia alta e su Casillero del Diablo in particolare. Le vendite del gruppo nel primo semestre 2019 si riavvicinano a 300 miliardi di peso, +7%, ma soprattutto si comincia a vedere il beneficio del piano sui margini, a tutti i livelli e nonostante l’azienda sia stata colpita da un incremento dei dazi doganali di esportazione dall’Argentina. Nel semestre l’utile operativo cresce dunque del 20%, mentre l’utile netto è rimasto stabile a causa dell’incremento degli oneri finanziari (perdite su cambi). Nonostante un leggero incremento del debito, è stato un buon semestre per l’azienda cilena, che ha un valore di mercato di circa 1.5 miliardi di dollari. Passiamo ai dati.

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