Lazio


Il vino laziale, un patrimonio da salvare. Di Stefano Castriota e Marco Delmastro

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E’ per me un onore ospitare sul blog questo contributo di Stefano e Marco. Per due volte nel corso di questi anni queste pagine hanno ospitato un commento dei loro studi sulla reputazione che hanno avuto come oggetto il mondo del vino (gennaio e dicembre 2009). Buona lettura e, soprattutto, buon dibattito. Marco Baccaglio

di Stefano Castriota e Marco Delmastro.

Da anni ormai le più prestigiose guide nazionali ed internazionali bocciano sonoramente la qualità dei vini del Lazio. L’Espresso parla di “ritardo ormai cronico” mentre il Gambero Rosso descrive la situazione come di “Allegro, non troppo”. Nemmeno a livello internazionale le cose vanno meglio. La reputazione all’estero delle denominazioni laziali (DOC e DOCG) è ben al di sotto della media nazionale: il Lazio si ritrova dietro non solo a corazzate enologiche come Piemonte e Toscana, ma deve anche recuperare posizioni rispetto a regioni di più recente affermazione come Puglia, Sardegna, Marche e Basilicata. La figura riporta la reputazione media e massima raggiunta dalle denominazioni delle regioni italiane: il Lazio registra valori tra i piú bassi in assoluto. Questa regione, inoltre, non può sfruttare altri fenomeni di traino commerciale quali la presenza di vitigni o prodotti locali riconosciuti a livello internazionale come sono, ad esempio, il Nero d’Avola ed il Marsala in Sicilia.

Nonostante ció il Lazio è una zona con una lunga tradizione vinicola che risale addirittura a prima dell’avvento degli antichi Romani. Nel Cinquecento gli ettari coltivati a vite erano circa il doppio di quelli attuali, essendo il vino non solo e non tanto una bevanda per accompagnare i pasti o trascorrere del tempo in compagnia quanto piuttosto un vero e proprio alimento ricco di calorie e principi nutritivi. Oggi i cambiamenti nelle abitudini di consumo di vino degli Italiani, con una diminuzione del consumo pro capite ed uno spostamento verso i prodotti di qualità, stanno radicalmente modificando la morfologia dell’enologia nazionale e, quindi, anche di quella laziale. A ciò si aggiunga la crescente pressione concorrenziale da parte dei produttori del cosiddetto nuovo mondo (Australia, Cile, Nuova Zelanda, Sud Africa e Stati Uniti) che stanno conquistando considerevoli quote a livello mondiale.

Le aziende italiane si trovano dunque a dover affrontare la concorrenza dei nuovi produttori sui mercati internazionali e contemporaneamente il progressivo e costante declino dei consumi domestici. In questo scenario il Lazio si trova in una situazione decisamente peggiore rispetto al resto dell’Italia. Con i suoi quasi due milioni di ettolitri è l’ottava regione italiana per quantità prodotta; tuttavia, nonostante la quota di vini DOC (25 denominazioni) e DOCG (la neo-promossa “Cesanese del Piglio”) sul totale della produzione italiana sia superiore alla media nazionale (49% contro 35%), la reputazione di queste denominazioni, come visto, di certo non brilla. Ciò si traduce inevitabilmente in bassi introiti per i produttori regionali e, di conseguenza, in inadeguati investimenti in qualità degli stessi con una spirale viziosa anziché virtuosa.

Più che le costose strategie di marketing che hanno caratterizzato le passate politiche regionali di sviluppo, la rinascita del vino laziale deve passare per la qualità dal momento che, soprattutto per questo tipo di bevanda, l’affermazione di un marchio dipende non tanto dalla pubblicità quanto piuttosto dagli investimenti in qualità. A loro volta, le scelte produttive delle aziende sono influenzate largamente dalle strategie regolamentari adottate da consorzi ed istituzioni.

È quindi urgente un innalzamento degli standard minimi di qualità stabiliti nei disciplinari delle denominazioni regionali (DOC e DOCG). Allo stato attuale non v’è dubbio che i disciplinari laziali siano carenti e non spingano i produttori sul sentiero della qualità. Il confronto riportato nella tabella è inequivocabile, il Lazio ha fissato standard di qualità inferiori da tutti i punti di vista: scelta dei vitigni, produttività delle vigne, titolo alcoolometrico, invecchiamento del vino, presenza di tipologie più selettive e prestigiose (sia per quanto riguarda gli standard in vigna che per quelli in cantina).

Da ció deriva che le scelte di qualità sono lasciate ai singoli che, considerate le limitate dimensioni di partenza e la bassa reputazione del prodotto regionale, incontrano grandi difficoltà ad affermarsi e pochi incentivi ad investire.

Colmare il divario con il resto del paese richiede uno sforzo economico non indifferente nel breve periodo ma può tradursi nel tempo in considerevoli e strutturali guadagni in termini di qualità, reputazione e reddito. Nell’agricoltura di qualità (e non solo) si raccoglie tra dieci anni ciò che si semina oggi. Nel Lazio, purtroppo, si è scelta finora la strategia delle scorciatoie tentando di ottenere risultati con l’affermazione di un ipotetico brand regionale, senza operare al contempo sulla leva degli standard di qualità, con il rischio di conseguire risultati esattamente opposti a quelli sperati. Per raggiungere miglioramenti significativi a livello regionale è necessario uno sforzo simultaneo e coordinato da parte di imprese, consorzi e soggetti istituzionali. Oggi, però, a parte qualche isolato risultato, si ode, dopo un periodo di pailette e lustrini, un assordante silenzio. Basterebbe, forse, semplicemente rimboccarsi le maniche e lavorare per innalzare la qualità dei prodotti regionali.

Lazio – produzione vini DOC/DOCG – aggiornamento 2008

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La produzione di vini DOC nel Lazio nel 2008 e’ stata secondo Federdoc di 538mila ettolitri. Sembra un numero piuttosto attendibile, visto che mancano soltanto un paio di DOC molto piccole. Devo pero’ avvertirvi che sono stato “costretto” a rettificare i dati 2007 di due DOC (Marino e Colli Albani) per i quali la produzione e’ stata soltanto inspiegabilmente di un decimo rispetto a quella media degli altri anni. Il dubbio che il numero “manchi di uno zero prima della virgola” e’ piuttosto significativo: possibile che Marino produca 83mila ettolitri nel 2006, poi 7810 nel 2007 e 71mila nel 2008? Propendo per considerare il 7810 un 78100. Excel talvolta tradisce con le virgole e i punti, soprattutto quando si confondono i decimali con i separatori delle migliaia. Concludo la disanima sulla autorevolezza dei dati mettendovi a disposizione il dato ISTAT sulla produzione DOC/DOCG del Lazio 2008: 903mila ettolitri, rispetto ai 538mila che derivano dalla somma dei dati Federdoc. Ora, i contribuenti italiani pagano entrambi questi istituti con le loro tasse. E’ CERTO che uno di questi due dati e’ sbagliato. Che ce ne facciamo?



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Lazio – produzione vini DOC/DOCG – aggiornamento Federdoc 2007

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Il Lazio e’ un buon produttore di vini DOC… ma ha veramente troppe DOC. Lo noterete dalla lunghezza delle tabelle che sto postando e dalla torta dalla quale ho tolto (in modo certosino…) tutti i nomi delle piccole DOC per farvi rendere conto della frammentazione del panorama laziale. Come fare per finanziare la promozione di cosi’ tanti “brand” diversi? Impossibile. Ma i problemi non finiscono qui. Le DOC laziali hanno una resa per ettaro media di 112 quintali, probabilmente troppo per poterlo chiamare vino di qualita’. Di piu’ le prime tre DOC, cioe’ quelle grandi e se volete “potenti”, viaggiano tute a 120 quintali per ettaro o oltre.


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Lazio – produzione di vino e superfici vitate – aggiornamento 2008

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Il Lazio continua a migrare verso I vini di qualita’ con una produzione e rese per ettaro in costante calo. Secondo i dati ISTAT, nel 2008 la produzione e’ stata di 1.8 milioni di ettolitri, con un calo del 2% sul 2007. In realta’ grafici mostrano una chiara tendenza al calo: siamo il 27% sotto la produzione media dal 2000 a questa parte e tutto questo calo e’ avvenuto con superfici del 9% inferiori in media. Quindi, il 20% di riduzione della produzione e’ avvenuto con delle rese per ettaro piu’ basse. Non e’ un caso che il peso delle produzioni DOC sia oggi superiore al 50% della produzione e che e che soltanto un terzo del prodotto sia classificato come vino da tavola.


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Regione Lazio, produzioni e superfici – aggiornamento 2006 – fonte: ISTAT

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Il Lazio e’ una regione molto peculiare. Infatti mostra una sostanziale riduzione delle superfici vitate, concentrate nella provincia di Latina, con un graduale miglioramento (riduzione) delle rese per ettaro, che restano peraltro molto al di sopra delle medie nazionali. Il Lazio rappresenta circa il 4% della superficie e il 4.4% della produzione di vino italiana. La penetrazione dei vini VQPRD e’ sostanzialmente allineata alla media nazionale.
Lazio is a very peculiar region. It shows a significant reduction of vineyards, concentrated in Latina province, with a gradual improvement (reduction) of yields, which however are still well ahead of the Italian average. Lazio represents roughly 4% of Italian vineyards and 4.4% of Italian wine production. The penetration of VQPRD wines is basically the same of the rest of Italy.

  Periodo Lazio Italia %
Superficie totale 2005 27.792 718.869 3,9%
Superficie in produzione 2005 27.078 683.507 4,0%
Variazione superficie annua 2000-05 -1,4% -0,3%  
Produzione vino (hl/1000) 2006 2.310 52.221 4,4%
Resa per ettaro (stima) 2006 126 110  
VQPRD/totale produzione 2004 25% 24%  

 Ma andiamo con ordine. I vigneti sono principalmente in provincia di Roma (47%) con 12500 ettari. Questo primato e’ sia dovuto a una maggiore concentraazione (2.3% della superficie provinciale, in linea con la media italiana), sia alla maggior dimensione della provincia.
The concentration of vineyards is in ROme province (47%) with 12500 hectares. This predominance is both supported by the larger size of Rome province vs. the others and a higher penetration of vineyards (2.3% of total area, similarly to the rest of Italy).

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