Francia


Il commercio mondiale di vini sfusi – aggiornamento 2014

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Fonte: elaborazione inumeridelvino.it su dati UN Comtrade

Nelle infinite possibilità che vengono offerte dal database UN Comtrade, ho estratto oggi una serie di dati che riguardano i vini sfusi. Ma quanto rappresentano i vini sfusi sul trade mondiale di vino? Se guardiamo al 2014, l’ultimo anno che analizziamo oggi, i vini sfusi sono poco più del 10% del valore scambiato mondiale di vino, circa 2.8 miliardi di euro rispetto a circa 26 miliardi di euro totali. Ben più importanti sono invece se prendiamo in considerazioni il volume scambiato: i dati di UN Comtrade parlano di circa 40 milioni di ettolitri rispetto a un totale riportato dal centro studi di circa 77 milioni, quindi poco più del 50%.

E’ un mercato che ha avuto uno sviluppo piuttosto marcato nel corso degli ultimi anni, con una crescita da 2 a 3.1 miliardi di euro tra il 2009 e il 2013, per poi subire una brusca battuta d’arresto nel corso del 2014, quando a fronte di volumi mantenutisi stabili intorno ai 40 milioni di ettolitri, il valore delle esportazioni cumulato dei paesi che aderiscono al database è sceso dell’11% a 2.8 miliardi di euro. Cosa è successo? L’effetto prezzo spiega tutto e, anche se i dati si riferiscono al 2014, credo una buona parte della spiegazione sia da ricercare nel costante calo cominciato nel 2013 dei prezzi delle materie prime, sia energetiche che non. Il vino sfuso è una merceologia “di base”, una “materia prima”. Per questo potrebbe aver subito l’impatto della crisi mondiali dei prezzi delle materie di base.

Venendo ai dati che presentiamo oggi, la leadership del mercato è della Spagna e lo è sempre stata salvo nel 2010 anche se questo segmento è anche molto influenzato dai rapporti di cambio. L’Italia, che ha visto calare anche nel 2015 i suoi vini sfusi, è storicamente il numero due di questo mercato, con una quota del 14-15% a fronte del 17-18% degli spagnoli, mentre il numero tre è la Francia che ha avuto quote di mercato nell’intorno del 10-11%.

Andiamo a leggere qualche dato insieme.

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Francia – esportazioni di vino 2015

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Le esportazioni francesi di vino hanno continuato a crescre con vigore nel secondo semestre 2015, come già avevamo notato ad agosto quando avevamo analizzato di dati semestrali. Il dato finale per il 2015 è di 8.3 miliardi di euro di export, in crescita del 7%, con una accelerazione rispetto al +6.2% riportato nel primo semestre. Come già notavamo, difficilmente l’Italia riuscirà a fare meglio. Sui 12 mesi terminanti a ottobre siamo sul piede del 4% (la Francia era a +6.3% in quel momento), a novembre siamo a +5% e il dato finale francese è +6.8%, con dicembre che di solito conta poco. Cosa guida la ripresa della Francia? Beh, è una ripresa tutta fatta sul prezzo e sul mix, visto che i volumi calano del 2%, seguendo una linea discendente che continua dal 2013. In secondo luogo, è una crescita guidata dallo Champagne, che ha chiuso il 2015 con esportazioni in crescita a doppia cifra, +12% a 2.7 miliardi. Il resto del vino francese, comunque lo si voglia tagliare, ha una crescita compresa tra il 3% e il 5%.

Visto lo strutturale indebolimento dell’euro del 2015 potremmo dire che la Francia ha saputo capitalizzare lo scenario valutario, avendo realizzato un vero e proprio boom di esportazioni sul mercato americano (+24% da 1.07 miliardi a 1.33 miliardi di euro). La spiegazione più plausibile credo sia da ricercare nel “pricing power” del prodotto francese, che ha marchi e organizzazioni commerciali più forti delle nostre. Mi viene in mente, tanto per dire, che 2 di questi 8 miliardi di esportazioni sono effettuate da una sola azienda, LVMH…

Ma andiamo a leggere qualche numero insieme.

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LVMH divisione vino – risultati 2015

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LVMH ha chiuso i conti 2015 sorprendendo gli investitori, generalmente scettici rispetto alle possibilità di recupero delle vendite del gruppo in Estremo Oriente, soprattutto nel segmento di prodotti Louis Vuitton. Invece, i numeri sono stati buoni, tanto da spingere le azioni al rialzo di oltre il 5% sull’annuncio dei risultati. In questo contesto, la divisione bevande ha chiuso un anno record in termini di vendite, 4.6 miliardi di euro (di cui 2.2 nel segmento vini e Champagne) e quasi record in termini di profitti (1.36 miliardi a livello operativo). Se per i vini e gli Champagne è stato un buon anno dopo una parziale correzione nel 2014, e quindi i risultati sono stati i migliori di sempre, nel caso del Cognac e degli spirits il recupero è stato parziale: il 2013 è ancora l’anno migliore. La politica di investimento continua immutata: LVMH può contare su 4.2 miliardi di euro di liquidi in fase di invecchiamento (quindi circa il 92% delle vendite annue) e gli investimenti stanno accelerando (233 milioni nel 2015, il 5% del fatturato, uno dei livelli più alti di sempre). Nel 2017 è prevista l’apertura di una nuova cantina per Moet & Chandon, mentre nel 2016 si intensificheranno gli sforzi per promuovere i marchi del gruppo, con un occhio sempre più attento alla “strategia digitale”. Andiamo a leggere i numeri.

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La valutazione delle aziende vinicole – aggiornamento 2015

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La caduta del prezzo del petrolio e delle materie prime e la crisi che sta attanagliando diverse economie emergenti sta causando la peggior partenza delle borse mondiali da diversi anni a questa parte. Nelle prime due settimane dell’anno la borsa italiana ha perso il 10%, mangiandosi praticamente quasi tutto il guadagno del 2015, quando è stata una delle migliori borse in termini di performance. In questo contesto, le aziende del settore delle bevande alcoliche tendono a essere considerate “difensive”, perlomeno a patto di non essere troppo esposte ai mercati emergenti. L’aggiornamento annuale del post sulla valutazione borsistica delle aziende vinicole agricole arriva quindi in un momento di particolare volatilità degli indici azionari. E’ però quest’anno un appuntamento importante, perchè nel corso del 2015 Masi e Italian Wine Brand hanno fatto il loro ingresso nel mercato AIM e quindi possiamo finalmente parlare di aziende italiane anche in questo contesto.

Dunque, la conclusione di questo post è piuttosto semplice: in media, la valutazione delle aziende vinicole nel corso del 2015 è cresciuta. Cosa significa? Che per un ammontare di utili uguale a quello di un anno fa, il valore di quell’entità che genera quegli utili è cresciuto. Di quanto mi chiederete? Beh qui è più difficile rispondere ma “la media del pollo” direbbe del 10% circa. A questo è corrisposto un incrementi di valore (medio) in euro del 20-25% circa.

Seconda conclusione. Abbiamo la prima azienda vinicola con un brand riconosciuto, un modello di business integrato, quotata, Masi. Chiaramente è un punto di riferimento. La sua valutazione è 13 volte gli utili (valore azionario), 2.1-2.2 volte le vendite (valore d’impresa), circa 7.5-8 volte l’EBITDA (o MOL) e 8.5-9 volte l’utile operativo). Le azioni di Masi sono molto meno care della media del settore del vino, che però ha dentro Constellation Brands e TWE (gigantesche) e tre aziende della Champagne (il cui valore è più legato al patrimonio che non agli utili). Quindi, il confronto più onesto è con le aziende della medesima taglia principalmente coinvolte nella produzione di vino. In questo caso, Masi resta poco cara, ma il gap di valutazione con le altre aziende è minore, diciamo tra il 3% e  il 10% in dipendenza dagli indicatori scelti. Passiamo nel resto del post a qualche altra considerazione.

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La classifica dei grandi marchi di vino nel mondo Liv-Ex – aggiornamento 2015

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L’annuale aggiornamento delle classifica Liv-Ex dei 100 grandi marchi del vino non porta buone notizie per noi italiani. Il problema non sta però né nei prezzi e nemmeno nell’andamento delle contrattazioni, due aspetti che vengono presi in considerazione con grande attenzione. Il problema è che hanno cambiato le regole con cui la classifica viene stilata, togliendo il criterio dei giudizi dei critici. Altrimenti detto, il prodotto non viene più considerato nelle sue caratteristiche organolettiche ma soltanto per la sua capacità di far fare soldi a chi lo compra e lo vende e a chi lo detiene come investimento. Discutibile? Certamente. E’ altrettanto vero che Liv-Ex è una piattaforma di trading non una associazione di sommelier, tale per cui hanno deciso che i vini migliori sono quelli che gli fanno fare più soldi, a loro e a chi li ha.

Quindi, quest’anno i vini italiani in classifica sono soltanto sette, mentre erano dieci lo scorso anno. Tutti quelli ancora preenti salvo uno (Tignanello) peggiorano in classifica, mentre escono Giacomo Conterno e Bruno Giacosa (che essendo tra i più buoni secondo i critici hanno perduto un componente importante del loro punteggio), oltre a Guado al Tasso (già ai margini della classifica nel 2014) e Macchiole. Il top secondo Liv-Ex è Mouton Rothschild, che prende lo scettro da Pavie. I prezzi continuano invece a cresce per i vini borgognoni e italiani, mentre sia il Rodano che la Champagne calano leggermente, dopo il grande balzo del 2013. Andiamo a leggere qualche dato insieme.

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