Il ritorno sull’investimento in vini da collezione – studio AAWE

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Diverse volte in questo blog siamo andati a toccare l’argomento relativo al vino-investimento, con conclusioni talvolta differenti a seconda di chi ha condotto lo studio e della base di dati presa in considerazione. Oggi analizziamo un rapporto AAWE elaborato da Elroy Dimson, Peter L. Rousseau e Christophe Spaenjers che ci “insegna” un paio di ragionamenti relativi a come e perchè si apprezza un vino a seconda del suo valore come prodotto da consumare o, più tardi nel ciclo di vita, come prodotto da collezionare.

Le conclusioni del rapporto sono meno positive di altri che abbiamo letto: tra il 1900 e il 2012, il vino come investimento ha reso il 5.3% annuo (reale) al lordo dei costi di immagazzinamento e assicurazione, che diventa 4.1% al netto. Se considerassimo anche i costi di transazione (cioè i costi associati a comperarlo e a venderlo), questo rendimento sarebbe ancora inferiore. Le azioni nello stesso periodo hanno reso il 5%, le obbligazioni l’1.5%, gli investimenti in arte il 2.4% e quelli in francobolli il 2.8%. Tutti dati reali, quindi “al di sopra del tasso di inflazione”. Un passo in più: se consideriamo la volatilità dei rendimenti notiamo che il vino è quello con il valore maggiore, dove quindi è più rischioso investire.

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  • Uno delle cose che più sono state interessanti in questo rapporto è la teorizzazione dell’andamento del prezzo dei vini, che giustamente gli autori hanno legato (trovandone una buona correlazione) all’andamento della ricchezza personale, essendo i vini da collezione un bene di lusso. Però è interessante notare come abbiano trovato un modello di sviluppo del prezzo differente tra i vini di alta qualità a quelli di bassa qualità. Quelli di bassa qualità che non migliorano con la maturazione, diminuiscono inizialmente di prezzo per via del minore “valore al consumo”, per poi crescere di nuovo quando il “valore da collezione” eccede il primo. Nei vini che invece migliorano con la maturazione, qui definiti di alta qualità, l’evoluzione cambia: i prezzi salgono inizialmente fino alla maturità del vino, poi riscendono e infine risalgono quando il “valore da collezione” riprende a essere preponderante.
  • Passando ai numeri, come dicevamo il rendimento dell’investimento in vino qui analizzato non è così positivo come in altre occasioni. Il rendimento reale del 4% è inferiore a quello dei mercati azionari, che sono categorie di investimento decisamente più facili da approcciare. Di certo, lo studio identifica il vino come il migliore tra le categorie da collezione: francobolli e arte hanno mostrato nei 112 anni dell’indagine un rendimento del 2.5-3%.
  • Dove l’investimento in vino si rivela meno appetibile è sul discorso della volatilità. Con un ritorno del 4% e una deviazione annua standard del 26%, si tratta certamente di un investimento difficile da approcciare. Il rapporto “rischio/rendimento” lo vede soccombere alle altre forme di investimenti da collezione, che hanno rendimenti inferiori ma una volatilità del 12-13% circa, quindi meno della metà rispetto al vino.
  • Infine, gli autori hanno analizzato la correlazione tra vino e investimenti azionari. La conclusione è che le due categorie hanno un’alta e positiva correlazione tra loro, implicando che il vino non sembra essere una forma di diversificazione efficiente…

 

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Fondatore e redattore de I numeri del vino. Analista finanziario.

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