Liberalizzazione degli impianti. Di Angelo Gaja

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E’ il tema di maggiore attualità sull’agenda del vino a Bruxelles, dopo che il Commissario europeo per l’agricoltura ha recentemente affermato di “non volere progettare il futuro della filiera con gli strumenti degli anni sessanta”, ricordando che nonostante il regime di blocco degli impianti non si fosse per oltre trent’anni riusciti ad evitare il flagello della sovrapproduzione.

Come già in passato l’Italia delle associazioni di viticoltori e produttori è tutta schierata su posizioni di netto rifiuto di modifica dello status quo.

L’intransigenza è una tattica temporeggiatrice che ci vede maestri, dovrebbe servire a dare  tempo alle associazioni per negoziare una proposta unitaria da mettere sul tavolo delle trattative. Però, come sempre a casa nostra, l’accordo tra le associazioni di categoria è difficile da trovare ed il nostro paese corre il rischio che le decisioni alla fine le prendano gli altri.


E’ invece il momento di vederci impegnati a proporre un sistema che consenta di programmare in Europa una espansione moderata e graduale della superficie a vigneto, escludendo ogni forma di sostegno pubblico. Per quei paesi storicamente dotati di un sistema delle DOP i diritti di impianto non vanno aboliti ma adeguati ed integrati nella nuova disciplina e solamente i Consorzi dei produttori dovrebbero essere autorizzati ad esprimere il consenso all’ampliamento della superficie vitata.

 

Angelo Gaja, 4 giugno 2012

Fondatore e redattore de I numeri del vino. Analista finanziario.

1 Commento su “Liberalizzazione degli impianti. Di Angelo Gaja”

  • bacca

    Il tema delle liberalizzazione dei diritti di impianto puo’ essere affrontato anche domandandosi quale impatto avrebbe il libero mercato sull’industria del vino.
    Esistono secondo me due categorie di prodotto. La categoria dei prodotti di “qualita’ regolamentata”, dove e’ necessario evitare, per mantenere il livello necessario, di piantare vigneti in zone non adeguate o senza le caratteristiche necessarie. In questo caso, una forma di “regolamentazione” pare necessaria.

    Esiste invece la vasta categoria dei vini comuni. Qui, io sono dell’avviso che la mano invisibile del mercato debba prevalere. Il sistema e’ in fase di ristrutturazione (supporti all’espianto) e a un certo punto sara’ in una sorta di equilibrio. Da quel momento il libero mercato dovrebbe prevalere e tutti dovrebbero essere liberi di perseguire il loro investimento in un vigneto, a loro rischio e pericolo.

    In Italia si parla tanto di riforme per liberare da lacci e laccetti l’economia. Forse anche questo potrebbe dare un piccolo aiuto…

    Marco

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