“Petrolio o vino?”: relazione tra domanda globale e prezzi delle commodities

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Fonte: working paper IMF
Qualche giorno fa sono rimasto molto sorpreso da questo breve ma molto interessante documento dell’IMF (International Monetary Fund), che tratta anche di vino. E’ un working paper dove si cerca di modellizzare l’andamento dei prezzi delle materie prime in base alla crescita economica. Per farlo, ed e’ per questo motivo che il documento “casca a fagiolo” nel blog, prende due prodotti: il barile di petrolio e il vino di qualita’ (di alta qualita’, si intende). Che cosa conclude? Molto semplice, che se e’ vero che i problemi dell’offerta (cioe’ scarsa fornitura) possono determinare il prezzo dei prodotti, e’ in realta’ la domanda che sta veramente facendo crescere i prezzi. E lo studio separa due tipi di domanda, quella dei paesi sviluppati e quella dei paesi emergenti. Quest’ultima e’ la vera determinante, anche perche’ nello studio si mette in luce che e’ la domanda incrementale non viene da un incremento del consumo pro-capite (meno elastico) ma bensi’ da un aumento dei consumatori. Infine, una piccola ma importante nota sul tema del vino come investimento: lo studio identifica per il petrolio e per i vini di qualita’ la stessa performance negli ultimi anni. Il che significa che tutte le questioni circa il valore della diversificazione in un bene come il vino sono sostanzialmente vanificate dal fatto che il vino si comportera’ come il petrolio, che si comportera’ come il rame e via dicendo.




Lo studio fa una regressione dei dati sugli indici Liv-ex (ne parliamo in un paio di giorni) e dallo studio esce giustamente che la sensitivita’ dei prezzi del vino alla quantita’ offerta e’ negativa e che conta circa un terzo del totale, ma che invece quella della domanda conta per i due terzi. Vi ricordo che stiamo parlando di un prezzo indice di 100 vini tra i piu’ famosi del mondo (sostanzialmente francesi).


I risultati dello studio lasciano poi intendere che sia il vino che il petrolio sono considerati nei mercati emergenti dei beni superiori. Questo significa che un incremento dell’1% del reddito nei paesi emergenti ha “un contenuto di vino” superiore allo stesso incremento dell’1% nei paesi sviluppati, dove il reddito incrementale viene usato per acquistare altri beni.

E infine non si nascondono i rischi: i paesi emergenti sono una grande fonte di crescita ma possono essere anche una fonte di rischio, dato che a tumultuose crescite possono accoppiare periodi di crisi nera. Secondo lo studio un calo del 4% della produzione industriale nei mercati emergenti determinerebbe un crollo del prezzo del petrolio del 22% e di quelli di vino del 15%.

Ah si, dimenticavo. Il vino come investimento. Lo studio merita qui di essere citato pari pari in lingua originale: “Another interesting question, particularly from a financial viewpoint, is whether including commodities like fine wine in asset allocation would improve portfolio diversification. Our results suggest that although fine wine can be considered as an investable asset, its behavior is not significantly different than other commodities and therefore may fail to enhance portfolio diversification.”

Fondatore e redattore de I numeri del vino. Analista finanziario.

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