La sovrapproduzione di vino in Australia: situazione, strategia e scenari

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Nota: i grafici di questo post sono presi direttamente dallo studio e sono costruiti su dati di Australian Wine and Brandy Corporatoin (AWBC). Il testo del comunicato stampa e del materiale a supporto sono qui (1 e 2)


PROBLEMA AUSTRALIA VINO 1

Le associazioni che rappresentano il settore viticolo in Australia hanno appena emesso un documento tanto interessante quanto preccupante, che si occupa del grave problema della sovrapproduzione di vino in Australia. I nostri amici australiani hanno fatto un paio di calcoli e hanno stabilito che: (1) in Australia ci sono 100 milioni di casse di vino in eccesso che diventeranno 200 milioni in 3 anni; (2) non ci sono siccita’ o calamita’ naturali che tengono (o meglio, possono “aiutare” ma non per oltre il 10% della sovrapproduzione, quindi poco e niente); (3) anche ipotizzando degli obiettivi di vendita ambiziosi non si riuscirebbe a elimininare che il 25% del surplus; (4) una porzione molto significativa dell’industria viticola australiana oggi non sta economicamente in piedi (e i tentativi di vendere l’attivita’ da parte di Foster’s piuttosto che la ristrutturazione di Constellation Brands non fanno che dimostrarlo); (5) infine, che il problema va affrontato sia lato domanda (rinvigorire i consumi domestici, che come vedete dal grafico allegato sono in calo da ormai due anni, da 4.4m/hl a 4.26m/hl mentre invece i consumi di vini esteri stanno esplodendo e superano 0.6m/hl) che lato offerta (tagliare la produzione di uva di media qualita’). I problemi sono poi amplificati da una serie di storture del mercato, quali i contratti di fornitura con prezzi fissi a lungo termine, la domanda di vino sfuso per la produzione delle private labels, il fatto che le cantine sono gia’ state fatte (“sunk cost”) e non sono riciclabili per fare altre cose, quindi tanto vale produrre vino anche se non si guadagna e (cosa gia’ vista in Oregon) la presenza di produttori che “tanto non importa se non si guadagna” avendo altre attivita’ e profitti.



PROBLEMA AUSTRALIA VINO 2

Quindi? Quindi il 20% del vitigno australiano e’ in eccesso e non ha prospettive di lungo termine: si producono tra 20 e 40 milioni di casse di vino all’anno che non servono perche’ le esportazioni scendono (anche a causa del dollaro locale forte) e i consumi interni si stanno orientando verso i vini esteri. La strategia di vendere vino di bassa qualita’ a prezzi bassi sta distruggendo l’immagine del prodotto australiano (come vedete dal grafico le esportazioni di casse da oltre 45$ ciascuna, cioe’ oltre $5 al litro sono in crollo verticale, come ha sottolineato anche un commentatore particolarmente qualificato in questo post) e, soprattutto, viene implementata da strutture che non sono fatte per questo segmento di prodotto e sono quindi troppo costose.


PROBLEMA AUSTRALIA VINO 25

La soluzione? La ricerca e’ utile ma non basta piu’ (ma comunque si ripromettono di farla crescere). E’ necessaria una ristrutturazione pesante per far tornare l’Australia a essere un produttore di vini premium. Ristrutturare significa chiudere cantine e tagliare le superfici inefficienti. Per farlo hanno fatto degli studi molto accurati dove hanno stabilito esattamente per ciascuna categoria di uva quale sia il punto di pareggio. Uno studio in particolare e’ stato portato in evidenza: hanno messo i costi per ettaro a seconda del tipo di produzione (da A a E a seconda della resa da 70 a 250q/ha) e poi li hanno confrontati con i prezzi. Nel segmento C (120q/ha) ci sono il 36% delle superfici dove si perdono soldi, in quello D (160q/ha) il 24%. E questi due segmenti fanno quasi 1m di tonnellate di uva sul totale di 1.8 milioni prodotti in Australia.

PROBLEMA AUSTRALIA VINO 3

Sono quindi arrivati a definire una specie di test di sopravvivenza e si propongono di andare dal governo a chiedere un aiuto per stimolare le aziende a chiudere cantine e poi di andare in giro per l’Australia con questo test per stabilirne la sostenibilita’. Di fronte a questi obiettivi hanno messo delle date, non tra 5 anni. Adesso: 23 Novembre, 30 gennaio 2010 e via dicendo.

A completamento di questo post io mi domando come mai in Italia non si sia in grado di mettere in piedi un lavoro e una reportistica di questo genere: in Australia per fare questo lavoro si sono messi d’accordo tutti gli enti che si occupano di vino: l’UIV australiana con l’ISMEA locale con l’ISTAT locale. Dopo aver letto tutto questo non si puo’ non essere pessimisti sull’Australia, ma perlomeno bisogna ammettere che ci stanno provando. In Italia invece a me sembra che si stia mettendo la testa sotto la sabbia e si stiano continuando a chiedere aiuti per tenere in piedi qualcosa che non funziona.

Fondatore e redattore de I numeri del vino. Analista finanziario.

9 Commenti su “La sovrapproduzione di vino in Australia: situazione, strategia e scenari”

  • Raffaele Pagano

    Domanda banale, ma perchè le multinazionali, vedi “Foster’s” non ivestono in Italia? non è meglio poche migliaia di casse di Vini, autentici o autoctoni che milioni di casse di prodotti “commodity”?

    Raffaele Pagano.

  • gianpaolo

    Quelli che “non importa se non si guadagna”, o hobbysti di lusso del vino, sono un fenomeno non trascurabile anche in Italia. Attratti dal lifestyle, da un presunto prestigio sociale nel produrre vino, hanno fatto negli anni scorsi degli investimenti a volte anche molto elevati, e adesso si trovano a svendere sul mercato prodotti pensati per uscire a prezzi molto piu’ elevati. Creano un disturbo percepibile e non da poco.
    Per quanto riguarda il resto, pur nella crisi si vede che c’e’ una strategia o comunque uno sforzo di cercarne una. In Italia?

  • bacca

    Ciao Raffaele,
    il mondo delle multinazionali e’ orientato (o afflitto) dal problema della dimensione. Chi gestisce queste aziende guarda al business globale e non gli interessa che siano buoni vini, gli interessa l’impatto che hanno sul loro business confrontato con lo sforzo che ci devono mettere in termini di gestione. Per questo motivo, oggi, in altri settori sono in vendita aziende come Plasmon e Mellin. I loro proprietari multinazionali non hanno tempo di gestire queste aziende come si deve perche’ hanno altri marchi piu’ grandi e critici. E quindi le vendono.

    Il mondo del vino italiano, per quanto interessante dal punto di vista dell’autenticita’ come tu suggerisci, e’ un mondo dove non e’ facile creare “dimensione critica”. Mi spiego: se io sono Foster’s e ho un fatturato di 1 miliardo di euro nel mondo del vino e’ molto difficile che guardi con interesse al mercato italiano. In Italia ci sono poche aziende di una dimensione tale da poter spostare questo numero anche soltanto del 10%. Le vedi in questo post, ci sono delle cooperative che non sono in vendita per definizione, un paio di aziende familiari molto radicate, un’azienda nelle mani del private equity (Giordano) e un’azienda in fase di ristrutturazione (Gancia).
    Converrai che le opportunita’ di crescita sono poche, per non dire che non ci sono.
    In questo mercato asfittico, il prezzo delle aziende resta poi relativamente elevato, a quanto mi e’ dato di capire, proprio perche’ non c’e’ offerta.

    Spero di averti risposto in qualche modo.

    bacca

  • bacca

    …e in Italia continuiamo a buttare via i soldi e a bisticciare. L’Italia e’ l’Italia e ce lo siamo detti e scritto e ripetuto tante volte. Tanto che tu hai anche deciso di migrare in Inghilterra (e un po’ ti invidio). Pensa te!, dalla Maremma all’Inghilterra e non sei pentito. Pensa te!
    Ma UIV non e’ una cosa che viene dai produttori? Che cosa fa il loro ufficio studi?

    bacca

  • gianpaolo

    e chi l’ha mai sentita la UIV? Quelli rappresentano una parte ben precisa, e poi in Italia si pensa che le soluzioni siano sempre politiche, mai economiche.

  • Monica Pisciella

    Davvero interessante questo post sull’Australia e comlimenti a Marco per la lucidità delle sue analisi.

    Condivido le perplessità sulla carenza di analisi del genere in Italia, ma temo che a volte tenere la testa sotto la sabbia risponda a precise scelte (politiche?). Ricordo quando, alcuni anni fa, ero tesista di economia con una tesi di ricerca in marketing internazionale del vino; mi offrii come stagista ad un importante ente (nelle intenzioni dichiarate) preposto proprio a questo tipo di analisi. E mi sentii dire che in quell’ufficio non si facevano ricerche di questo tipo. “Se non lì dove allora?”, mi chiesi ingenuamente. Ora son passati alcuni anni, e sono tuttora alla ricerca di una risposta.

    Credo che l’Australia abbia avuto il grande merito di investire sulla ricerca universitaria, soprattutto mirata ad indagare il comportamento del consumatore e le motivazioni alla base delle scelte di consumo. Questo purtroppo in Italia non si è mai fatto, almeno non a livello centrale ed in modo sistematico.
    Un altro aspetto importante credo sia stata la volontà di centralizzare le scelte strategiche (incluse quelle di marketing e comunicazione, che in Italia sono attività ancora non troppo diffusa), la produzione di studi, ricerche, la capacità di fare sistema tra produttori.

    Per contro credo che questo sistema fatto quasi esclusivamente di numeri, regole, diagrammi, sintesi, strategie, spesso rivolto al futuro non abbia tenuto conto che ci sono anche altri elementi che intervengono nelle dinamiche di mercato, talvolta anche in parte imprevedibili, come ad esempio le fluttuazioni nei tassi di cambio, le crisi di sovrapproduzione, gli errori di previsione…insomma non tutto è sempre possibile da prevedere, soprattutto forse il 2025 era davvero una data troppo lontana per riuscire a farne una foto precisa fin dai primi anni 2000 (Strategy 2025).

  • bacca

    Ciao Monica,
    come non condividere il tuo commento! Di certo il 2025 e’ lontano, ma una previsione della domanda di vino italiano nel 2005 sarebbe forse utile da avere… dove vanno i consumi domestici, dove vanno le quote di mercato all’estero, che cosa consumeranno i bevitori del 2015. Purtroppo il mondo del vino impiega molto tempo a cambiare direzione, per sua stessa struttura industriale. Io non so chi debba prendersi questo onere, se UIV oppure ISMEA oppure ISTAT, ma qualcuno senz’altro deve farlo…

    Marco Baccaglio

  • Monica Pisciella - Wineup

    Ciao Marco,
    è passato un po’ di tempo, c’è stato anche Vinitaly e manifestazioni di varie dimensioni a livello più locale. Ho partecipato a molte conferenze e tavole rotonde, ho ascoltato con attenzione ma da nessuna parte ho avuto la sensazione che ci sia uno spiraglio di cambiamento su questi temi.

    La crisi ha fiaccato molte aziende, soprattutto quelle che non si erano attrezzate con adeguate modalità di marketing e commerciali.

    Si osservano ricarichi di prezzo a volte ingiustificati ed ingiustificabili, problemi di logistica, latitanza di rappresentanti per le nuove imprese che si affacciano al mercato…
    Mi pare che gli argomenti siano parecchi, ma nè previsioni numeriche nè soluzioni pratiche mi sembrano all’orizzonte. Le aziende sono sempre più sole?

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