Cosa insegna il caso Brunello di Montalcino. Di Angelo Gaja

16 commenti
Print Friendly, PDF & Email

A differenza della Francia, l’Italia prescrive in tutti i disciplinari dei vini a DOC e DOCG percentuali di impiego delle varietà di uva autorizzate alla loro produzione. Al fine di contrastare la violazione di detta norma, e quindi di contrastare la frode commerciale, vi è tutto uno schieramento di provvedimenti che nel tempo si sono dimostrati di scarsa efficacia: analisi del vino nel corso del processo di maturazione in botte, degustazione organolettica, controlli da eseguire su di una pletora di registri, applicazione sulla bottiglia di contrassegni di stato o di sigilli di garanzia …

Nell’indagine in corso a Montalcino la Procura di Siena riconosce valido il metodo di analisi messo a punto dal laboratorio Enosis di Donato Lanati che è in grado di accertare nei vini, posti sotto sequestro, la presenza di altre varietà anziché del 100% di Sangiovese. Non era mai avvenuto prima che questo tipo di analisi venisse utilizzato dagli organi di controllo al fine di accertare la corrispondenza varietale di un vino a quanto prescritto dal disciplinare di produzione.
La stessa analisi può anche essere estesa ad accertare che nei vini a DOC ed a DOCG, ove si contempli l’impiego del 15% di altre varietà, la percentuale non venga abusivamente dilatata.
L’applicazione su larga scala del metodo di analisi dinanzi citato introdurrebbe non poche novità: gli imbottigliatori, prima di perfezionare l’acquisto all’ingrosso di un vino, avrebbero la possibilità di verificarne la corrispondenza al disciplinare di produzione; verrebbe semplificato e migliorato il farraginoso sistema di controllo in atto per i vini a DOC e DOCG; diverrebbe finalmente possibile eseguire i controlli a valle, e cioè su campioni di bottiglie prelevate direttamente dal mercato, anziché continuare eternamente a chiedersi come diavolo facciano bottiglie di Chianti, di Barbera Piemonte, di Nero d’Avola … ad essere vendute al pubblico a prezzi indecentemente bassi.
C’è però anche l’altra faccia della medaglia a creare preoccupazione: che nascano arbitrarietà oppure esploda il contenzioso tra organi di controllo e produttori; che crescano le pressioni per ottenere la modifica di disciplinari ritenuti troppo rigidi mentre l’autorità competente per la loro approvazione sarà nel frattempo trasferita a Bruxelles; che cresca la disaffezione per i vini a DOC e DOCG in favore di vini a marchio aziendale; che il metodo di analisi riconosciuto in Italia venga adottato anche da laboratori esteri al fine di verificare la corrispondenza ai rispettivi disciplinari di produzione di vini italiani importati nei loro Paesi.

Un fatto è certo: con il precedente della Procura di Siena, per i vini italiani a DOC e DOCG non può più essere tutto come prima.
Occorre che i produttori ne prendano coscienza accogliendo positivamente il salto di qualità (e di prezzo) da compiere, ritrovando coesione ed unità di intenti e contribuendo ad ispirare i cambiamenti che si renderanno necessari.

Angelo Gaja
7 Gennaio 2009

Fondatore e redattore de I numeri del vino. Analista finanziario.

16 Commenti su “Cosa insegna il caso Brunello di Montalcino. Di Angelo Gaja”

  • Lizzy

    Fatemi capire: posto che sarei d’accordo anch’io sulla scelta di applicare su vasta scala questo tipo di analisi, cosa vuol dire che ci sarà un salto di prezzo, oltre che di qualità? che questo è un modo come un altro per aumentare il prezzo finale delle bottiglie, facendo ricadere a valle (sul consumatore finale) la correttezza (o meno) che c’è a monte (nel produttore)??

  • Marco Baccaglio

    Io lo interpreto cosi’: se esistesse uno strumento che e’ in grado di definire l’esattissima composizione di un vino, allora sarebbe necessario che tutta la filiera produttiva e distributiva si equipaggi (e in qualche caso si corregga) in modo da rispettare alla perfezione i disciplinari.
    Piu’ controlli, piu’ selezione, (ripiantare qualche vigna, perche’ no?) e via dicendo: chiaramente un aumento dei costi che andrebbe a impattare i prezzi di vendita (e io ipotizzerei anche un parziale abbandono dei disciplinari DOC-DOCG a favore di IGT e vini da tavola).

    In quello che scrive Angelo Gaja vedo anche una considerazione che va oltre l’ipotesi di incrementi dei costi produttivi (e distributivi, ai fini dei controlli): e cioe’ che oggi ci sono dei prodotti sul mercato a dei prezzi che parrebbero non consistenti con i costi che tali prodotti implicherebbero…
    … ma qui si passa da considerazioni di altro tipo, presumendo che se questi controlli fossero possibili certi vini non potrebbero stare sul mercato…

    ciao!

    bacca

  • Carlo Merolli

    @alan: la cosa é un po´piu´complicata. Gaja non ha bisogno di aumentare nulla: il prezzo delle bottiglie non lo fa lui, lo fa il mercato. Fino a che riesce a vendere la sua produzione ai prezzi di listino, significa che c’é un mercato disposto a pagarli. Basta. E chi non é disposto o crepa di invidia o beve qualcosa d’altro. Il nocciolo della faccenda é che – al contrario – Gaja punta il dito su vini DOCG e DOC a prezzi troppo bassi per essere “veri”.

    Questi vini, questa fascia di prezzo, verrebbero a scomparire -perlomeno come DOCG – dal mercato se si applicassero sistemi di analisi e di controllo certi ed universali. Questi sistemi costano, i controlli costano e quindi obbligatoriamente renderebbero impossibile la produzione a basso costo. L’idea é anche corroborata dal fatto che nel mondo si produce piu´vino di quanto non se ne venda/consumi. Cioé qualcuno deve smettere, d’amore o di forza, di fare il vino. E´un ragionamento molto concreto e del resto applicabile a molti altri prodotti ved per esempio l’ olio EVO.

    La mia obiezione, che sará anche di fondo ed un po´idealista, é che la legge giá c’é, i disciplinari giá ci sono ed insomma tutti gli strumenti sono a disposizione sia del produttore che delle autoritá e degli organi di controllo. Basterebbe rispettare ed applicare quelle leggi. Come infatti dimostrano migliaia di produttori di vino che lo fanno e producono ottimi vini.

    L’ escalation dei sistemi di controllo, prospettata da Gaja, serve a ben poco, se non ha alla sua base la certezza delle leggi (i disciplinari), la serietá dei controlli e la voglia di fare le cose senza scorciatoie e furbate.

    Anche perché: la legge sulle denominazioni, pur con tutte le sue perfettibilitá, lascia amplissimo margine di operazione a tutti i produttori in tutte le varie classificazioni. E non bisogna dimenticare che sono i produttori stessi a potersi fare promotori dei cambiamenti della legge stessa. In altri paesi vinicoli la legge DOC non é sentita come una palla al piede, anzi. Perché ? perché viene rispettata e viene fatta rispettare.

  • Danilo

    Io lo interpreto cosi’: ESISTE uno strumento che e’ in grado di definire l’esattissima composizione di un vino, allora sarebbe STATO necessario che tutta la filiera produttiva e distributiva si FOSSE GIA’ equipaggiata (e in qualche caso si FOSSE GIA’ corretta) in modo da rispettare alla perfezione i disciplinari.

    Siccome questo non è successo, è dovuto (finalmente) intervenire un organo di controllo che ha fatto quello che deve fare: controllare ed esortare a correggere se non punire.

    Da qui ad ipotizzare l’estensione di tali sofisticati strumenti a tutti i vini e produttori o imbottigliatori ce ne corre, non mi pare che questo pericolo sia dietro l’angolo.

    Da una parte perchè che ci sia un po’ di nebbiolo in tonnellate di Sicilia IGT non infastidisce nessuno ed è improbabile e, d’altra parte, sono pronto a scommettere che i produttori più seri e lungimiranti si siano già adeguatamente cautelati, anche tramite analisi effettuate in proprio. Soprattutto per le denominazioni più pregiate.

    Il pericolo delineato da Gaja che “crescano le pressioni per ottenere la modifica di disciplinari ritenuti troppo rigidi” però c’è e bisogna stare molto attenti: nessun alibi deve essere dato, nemmeno in nome di vini che sarebbero fuori mercato.

    Ed il pericolo nasce da chi è (sarebbe) costretto a modificare l’etichetta del suo prodotto, desideroso invece di continuare farlo, magari in virtù (?) di volumi importanti e di numeri importanti.

    Claudio scrive “In altri paesi vinicoli la legge DOC non é sentita come una palla al piede, anzi. Perché ? perché viene rispettata e viene fatta rispettare.”

    Con una battuta potrei dire che è proprio quello che è emerso dal sondaggio de I Numeri del vino ma, al di la di questo, nel concetto sintetizzato da Claudio c’è l’elemento dirimente e cruciale di questa partita.

    Certo, sarebbe buona cosa che l’ “arbitro” non dovesse più intervenire, lasciando i “giocatori” al loro mestiere di giocatori: le regole sono chiare e chi sbaglia viene espulso, non è che si può modificare la regola del fuorigioco o dire che … “quando piove si può toccare la palla con la mano”.

  • paolo

    Se questa apparecchiatura funziona ed è internazionalmente riconosciuta, la si adotti. Vorrà dire che chiuderemo le commissioni di assaggio delle camere di commercio, ottenendo anche un risparmio. Se deleghiamo la valenza della denominazione all’apparecchiatura, dovremmo però definire cosa succede a chi sbaglia. Se gli imbottigliatori fanno male il vino pur avendo la denominazione, perchè oggi continuano a vendere?
    Monsù Angelo si appella all’uso dell’apparecchiatura, va bene anche se io non credo che da sola risolva qualcosa, sentiamo pure cosa ha da dire il ministro Zaia, ma prendiamo una decisione netta ed in tempi brevi perchè ad agosto di quest’anno la musica cambia e poi?

  • Franco Ziliani

    a me colpisce molto questo passaggio del ragionamento di Gaja, quando dice “la stessa analisi può anche essere estesa ad accertare che nei vini a DOC ed a DOCG, ove si contempli l’impiego del 15% di altre varietà, la percentuale non venga abusivamente dilatata”. Mi sto chiedendo a quale denominazione stia pensando, forse a quella Langhe Nebbiolo che accoglie i suoi ex crus di Barbaresco? Cosa teme Gaja, che qualcuno scopra che di Barbera, quell’uva che la Doc Langhe Nebbiolo gli consente di aggiungere al Nebbiolo sino ad una percentuale del 15%, ne aggiunge ancora di più?

  • Marco Baccaglio

    @ Franco. Io non vedo necessariamente questo collegamento con i suoi prodotti o il Langhe Nebbiolo. Se scrivessi io sarebbe naturale portare come esempio la denominazione del mio vino, cosi’ Gaja porta il suo.

    Piuttosto, io leggo il messaggio in questo modo: se dati i nostri disciplinari adottiamo un modo scientifico per misurare il loro rispetto, ci troveremmo di fronte a una combinazione di costi incrementali (per controllare) e di uscita dal mercato di operatori a basso costo (che giocano al limite dei disciplinari) tale da determinare un incremento dei costi e dei prezzi dei prodotti DOC-DOCG.
    Siamo preparati a vendere prodotti mediamente piu’ cari e mediamente migliori? Un conto e’ vendere una FIAT, un conto e’ vendere una BMW…

    bacca

  • Paolo Cianferoni

    La questione, in parte, è stata dibattuta anche nel mio blog (caparsa00it.blog.dada.net/) del 14/12/08.
    Dal dibattito è venuto fuori che è possibile fare analisi di laboratorio che possono certificare e garantire l’effettiva origine del vino prodotto nel territorio, proteggendosi così dal rischio di assemblaggi con uve o vini non del territorio. Una proposta semplice, per garantire, appunto, le produzioni di Origine Controllata e Garantita.

  • Carlo Merolli

    @bacca: due considerazioni. “modo scientifico per misurare il rispetto del disciplinare”. Ma se io fossi un
    produttore che rispetta il disciplinare, perché dovrei investire in apparecchiature varie ? se poi qualche barbatella “sbagliata” mi arriva dal vivaio con la consegna che só, di nebbiolo, che sia il vivaio ad essere controllato e mi fornisca una certificazione della rispondenza di quanto consegnato a quanto ordinato.
    Insomma la prova di non colpevolezza non potrá mai essere a carico dell’eventuale indagato.

    Questo sposta il tiro su i Consorzi e/o su chi (Procura etc) é preposto ai controlli. E mi porta anche alla seconda considerazione: checché se ne voglia la DOC ed ancor piú la DOCG vengono (erronenamente) interpretati come garanzie di qualitá organolettica invece che garanzie di origine geografica e produttiva, come sono. La qualitá la garantisce solo il nome del produttore. Il quale produttore ha a sua disposizione
    il vastissimo catino della VdT e quello quasi altrettanto vasto della IgT per proporre i vini di sua interpretazione extra DOC-DOCG.

    Dove é quindi il problema ? nella solita ingordigia umana ? Si vuole cioé godere dell’avvallo della DOC- DOCG e nel frattempo fare il vino come lo “vuole il mercato” ? o come pare al produttore ?

    I risultati li hai visti a Montalcino: quanto vino é ancora sub judice ? Gaja, o chi per lui, ha mai dichiarato
    “nel mio Brunello c’é solo sangiovese grosso ” ? Quanti altri si sono astenuti da dichiarazioni simili ? Chissá cosa si scoprirebbe se le diverse Procure si dessero a fare qui controlli che i Consorzi non fanno o fanno male nelle diverse aree vinicole ? Vedere Montalcino come un caso isolato sarebbe un’eccezione statistica, no ?

    Quindi secondo me se ne esce, non con fuochi di sbarramento PR, non invocando di tecniche di controllo
    avanzatissime e costosissime ma semplicemente applicando la lettera e lo spirito delle leggi esistenti. Ed eventualmente cambiando le leggi, non in corso d’opera quando qulcuno é stato trovato con le mani nel sacco, ma possibilmente prima. Questo non credo comporti aumento di costi. Poi benvengano centralmente (presso Consorzi o meglio : enti indipendenti di controllo etc) le nuove e sicure tecniche di analisi che possono certificare e garantire l’effettiva origine del vino prodotto nel territorio.

  • Carlo Zaccaria

    L’estensione dell’analisi Enosis a tutte le Denominazioni italiane porterà grandi vantaggi nel segno della qualità. Poter controllare una bottiglia a caso prelevata in un qualsiasi punto vendita e vedere se rispetta il disciplinare è un grande vantaggio.
    Quando cambiano manuale e procedure di controllo, potrebbe anche essere necessario aggiornare i disciplinari, il metodo di accertamento di un parametro è spesso più importante del parametro stesso.

  • marco

    chiedo scusa ma il metodo riesce anche a capire se un vino contiene una stessa uva ma appartenente a zone diverse?
    ad esempio può distinguere se un fiano è di avellino o se è da uve fiano piantate in sicilia?
    caspita se esiste un tale marchingegno è diabolico..

  • Paolo Cianferoni

    @ Marco, (riporto questo recente passaggio di Cristiano Castagno): …l’incontrovertibilità dell’origine del vino potrebbe essere garantita dall’analisi degli isotopi dell’acqua contenuta nel vino, come indicato dall’autorevolissimo Prof. Mario Fregoni e utilizzati come traccianti per la definizione della loro provenienza di origine e anche se questa tecnica necessita di una creazione di una banca dati, la cosa non porrebbe limiti insormontabili.

  • maurizio gily

    Non bisogna aspettarsi miracoli da questo metodo. Si basa sul frazionameno dei diversi antociani, che sono presenti in proporzioni diverse e con legami chimici diversi nei diversi vitigni (semplifico). Quindi in primis si applica solo ai vini rossi (non ci sono gli antociani nei bianchi)ed è affidabile solo nel caso della ricerca di vitigni che abbiano profili antocianici molto ben definiti e diversi dagli altri, oppure nello stabilire la purezza varietale di un vino fatto con un vitigno che abbia queste caratteristiche (Sangiovese e Nebbiolo le hanno, e qui il metodo si potrebbe applicare con una certa sicurezza laddove i disciplinari prevedono la purezza, tipo Barolo e Brunello, in altri casi molto meno). Al momento metodi certi per tutti i vini e per individuare differenze percentuali di un vitigno o dell’altro non ce ne sono. L’analisi del DNA è applicabile a mosti e vini nuovi con ancora parti solide ma non a vini finiti. per l’origine geografica il tracciamento con gli isotopi probabilmente non fornisce dati del tutto affidabili, e comunque la banca dati andrebbe rifatta tutti gli anni perchè l’andamento stagionale influisce, quindi è interessante a livello di ricerca ma non credo che sia concretamente proponibile come strumento di controllo di valore ufficiale.

Lascia un commento

XHTML: Puoi usare questi tag: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>