La forza lavoro nel settore vinicolo – dati EU 2000-2003

4 commenti

Il post di oggi e’ un pochino punitivo per l’Italia. Si tratta dele statistiche relative alla forza lavoro impiegata nel settore della produzione del vino, che e’ stato spaccato in vari modi. In particolare lo studio dell’UE mira ci fornisce un’immagine di chi gestisce le aziende vinicole nei vari paesi. E dal quadro esce che gli italiani sono quelli con la maggior forza lavoro familiare, con i manager piu’ vecchi e meno istruiti. Come vi dicevo, un quadro forse un pochino punitivo e non necessariamente significativo in relazione alla qualita’ della produzione. Comunque, in Europa nel 2003 nel settore del vino lavoravano 1.5m AWU, cioe’ 1.5m di persone a tempo pieno “equivalenti”. Di queste il 40% sono in Italia e, a dispetto di una produzione molto simile, soltanto il 12% in Francia. Da un punto di vista di impiego del personale, il Portogallo e’ secondo con 277mila AWU.

workforce1.jpg

This post is a bit negative for Italy. It refers to the statistics on the employment in the wine industry. This EU study aims at giving a picture about the managers of the wine farms, and in this particular aspect Italian managers seems to be the older and less prepared. This adds to a very high recourse to the family work. As I was mentioning, it seems a bit too punishing and not necessarily tied to the quality of the companies. In Europe a total of 1.5m of full time employees were used in wine business. Of these 40% were in Italy and, despite a similar total production, only 12% are in France. Looking at this ranking, Portugal is n.2 with 277k FTE.


workforce2.jpg

Questa forza lavoro e’ fortemente caratterizzata dal lavoro familiare, che a livello europeo copre circa il 77% del totale dei dipendenti, di piu’ del 70% registrato dal totale del settore agricolo. Soltanto in Francia, UK, Slovacchia e Repubblica Ceca, il lavoro regolare non familiare assume un ruolo importante (oltre il 40% della forza lavoro). Come vedete, in Italy la penetrazione del lavoro familiare e’ anche superiore all’80%. La parte che abbiamo definito “non regolare” e’ relativa al lavoro stagionale, che assume un ruolo piuttosto limitato in Italia all’11% del totale delle 500mila unita’ lavoro impiegate.
In the wine business, the family workforce is very important, representing 77% of the total vs. 70% weight for the whole agricultural sector. Only in France, US, Slovakia and Czech Republic the full time non family work is important (over 40% of the totale). As you can see, in Italy the penetration of the family work is even above 80%, while part time employees (non regular) are just about 11% of the 500k FTE of the Italian sector.

workforce3.jpg

Passiamo all’analisi per eta’ dei manager che gestiscono le imprese vinicole. Sono sempre dati riferiti al 2003, ma questa volta rappresentano soltanto i dirigenti delle aziende agricole. La considerazione generale e’ che si tratta di un settore “vecchio”, con il 60% che ha piu’ di 55 anni (55% se restringiamo il campo alle aziende specializzate e un pochino di meno se ci si reiferisce soltanto alle aziende che si occupano di VQPRD). Ad ogni buon conto, potete vedere che l’Italia si pone piuttosto maluccio contro le altre grandi nazioni produttrici, con una quota di viticoltori al di sotto dei 44 anni ben inferiore agli altri (20% contro oltre il 30% di Francia e Germania) e un peso ancora preponderante degli ultra-65enni (38% contro soltanto il 19% in Francia e il 23% in Spagna).
Moving to the analysis by age of the managers (2003 data), the conclusion is that the sector is “old” with 60% of managers more than 55 years old (55% just for specialized firms and a bit less for quality wine companies). As you can see, even in this case Italy ranks not very well vs. other countries, with just 20% of managers below 44 years old (vs. over 30% for France and Germany) and a still significant weight of over-65 years old (38% vs. just 19% of France and 23% of Spain).

workforce4.jpg

Infine, il livello di istruzione. Bisogna dire che gli aspetti eta’-istruzioni sono legati. Pero’, se questa statistica (questa volta riferita al 2000) e’ vera, sono necessarie altre spiegazioni rispetto all’eta’ per giustificare una posizione dell’Italia veramente “ingiustificabile” per le ambizioni del settore del vino. A livello europeo, solo il 6-7% delle aziende sono giudate da un manager con “full training”, di meno della media del settore agricolo (8%). Secondo questo studio in Italia il 95% dei manager delle aziende vinicole hanno esclusivamente una preparazione pratica. Va detto che questo 5% di “istruiti” diventa l’11% quando si restringe il campo alle aziende vinicole specializzate in vini di qualita’. Resta sempre, per certi versi, una statistica piuttosto sconcertante.
Finally, training level. This aspect is partially tied to the average age of the farmer. However, looking at how Italy ranks in this statistic (based on 2000 data), the age factor is not enough to justify such a poor performance. In Europe just 6-7% of holdings are led by manager fully trained, a bit less than the 8% for the total wine fams. According to this survey, 95% of managers of wine farms have just a practical instruction. We must say that this 5% of “trained” managers goes to 11% when restricting the field to specialized quality wine companies, but it is still true that the this survey provides a quite astonishing scenario.

Print Friendly, PDF & Email
Fondatore e redattore de I numeri del vino. Analista finanziario.

4 Commenti su “La forza lavoro nel settore vinicolo – dati EU 2000-2003”

  • paolo

    Questo post é molto interessante, difficilmente si legge altrove qualcosa riguardo questo argomento. Quello che più preoccupa é che pur avendo una pratica altissima, necessaria e preziosa in altri settori come l’artigianato, il miglioramento delle conoscenze che le giovani generazioni apportano in azienda é basso. Ad un osservatore attento risulta quindi chiaro il perché delle difficoltà a cambiare, l’assenza di un vero e proprio marketing, l’omologazione da parte dei più a fare in vigna quello che ha già fatto il vicino ed a vendere come e dove hanno fatto gli altri incontrati al Vinitaly, infatti circa il 90% delle aziende italiane vendono in 3/4 mercati esteri. Il dato sconcertante é la quasi totale assenza di formazione universitaria sia di tipo tecnico
    (agraria/biologia) sia di tipo manageriale (economia). Come se fosse necessario rivolgersi solo una tantum al professionista, sia esso l’enologo, l’agronomo, il commercialista o il consulente del lavoro. Non si possono fare passi in avanti quando si é legati a vecchie idee e vecchi schemi, quali l’accodarsi al politico locale di turno per guadagnare consensi all’interno dei consorzi o piazzare una bella e prosperosa ragazza nello stand al Vinitaly per attirare i clienti…

  • Marco Baccaglio

    Ciao Paolo,
    ti rispondo a questo commento e a quello precedente.
    tutti questi confronti di respiro europeo che sto tirando fuori muovono soltanto in una direzione: e’ necessario che il settore vinicolo si concentri, non con le cooperative, ma attraverso aziende. Un progetto secondo me molto interessante (e difficile) sarebbe quello di cercare di creare piano piano una Constellation Brands italiana. In realta’, tu mi dirai che esiste gia’ e che si chiama GIV. Vero, pero’ GIV e’ una cooperativa. Qui e’ necessario un imprenditore illuminato che sia disponibile a fondere la sua azienda con altre, essendo disponibile a perdere la maggioranza del capitale della sua azienda in cambio di qualcosa di piu’ grande e, SICURAMENTE, piu’ profittevole: forse non tanto dal lato costi (ma perche’ no?) quanto dal lato commerciale, che e’ quello di massimizzare le potenzialita’ commerciali dei prodotti.

    ciao!

    bacca

  • aldo

    Ciao, Marco e Paolo un altro punto è che in Italia, è già difficile trovare questo imprenditore illuminato, ma poi lo scoglio successivo è il passaggio generazionale, in Italia è difficile staccare l’azienda dalla famiglia e dalle relazioni famigliari.
    Cosa voglio dire che all’estero, i padri hanno il coraggio di affidare le aziende ai manager senza per questo sentirsi in colpa, ed i figli se non all’altezza si accontentano di fare gli azionisti, non entrando nell’amministrazione quotidiana delle aziende.
    Forse è anche per questo che abbiamo poche imprese quotate in borsa, è perdonatemi la stoccata e tante aziende che non inviano i bilanci perchè hanno dati riservati :).

    Sarebbe bello che il bene dell’azienda e dei suoi collaboratori fosse un qualcosa di diverso dalle relazioni famigliari.

  • paolo

    Tutto questo fa riflettere su quanto il nostro paese sia indietro rispetto agli altri. L’errore più frequente nelle imprese familiari italiane, non solo quelle agricole, é confondere il ruolo di azionista con quello di manager, che si manifesta spesso nei cambi generazionali. Non esiste la categoria dei “figli di imprenditori”, semmai esiste la categoria dei capitalisti eredi di imprenditori. Quanto meno bravo é il figlio, tanto più egli non ha altra possibilità, per sentirsi importante, che avere un ruolo dinastico o il potere di autonominarsi amministratore delegato. Una considerazione: “Vi fareste operare dal figlio di un noto cardiochirurgo?”. Io no.

Lascia un commento

XHTML: Puoi usare questi tag: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>